Falcone e Borsellino, l'ossessione di Report per la pista nera delle stragi

Nonostante le dichiarazioni inequivocabili del procuratore di Caltanissetta, ieri sera, la trasmissione Report ha perseverato nel propinare al pubblico della Rai teorie già demolite in sede istituzionale. Un caso di giornalismo ostinato che ignora i fatti processuali per inseguire narrazioni che il magistrato Salvatore De Luca ha liquidato senza possibilità d'appello come "zero tagliato". Eppure, la trasmissione di Sigfrido Ranucci continua imperterrita a battere sullo stesso chiodo, quello della presunta pista nera nelle stragi di mafia del 1992, come se tre ore di audizione davanti alla Commissione antimafia dello scorso 9 dicembre non fosse mai avvenuta. Il procuratore De Luca ha messo tutto nero su bianco: il vero motore delle stragi che costarono la vita a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino va cercato nel filone mafia-appalti, non nelle suggestioni neofasciste. Un dossier corposo, consegnato dai Ros dei carabinieri alla Procura di Palermo il 16 febbraio 1991, che per oltre trent'anni è stato volutamente accantonato per lasciare spazio a ricostruzioni fantasiose prive di riscontri investigativi. «Non capisco lo scetticismo manifestato su questa pista, che ritengo una concausa sugli omicidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino», ha tuonato il magistrato nel corso della audizione con un'irritazione palpabile. De Luca ha tracciato un quadro preciso: due precondizioni, l'isolamento sistematico prima di Falcone e poi di Borsellino all'interno della Procura di Palermo guidata da Pietro Giammanco, e una concausa determinante: il groviglio mafia-appalti che legava Cosa Nostra, imprenditori collusi e pezzi della politica nell'affare miliardario degli appalti pubblici. Sul coinvolgimento del terrorista neofascista Stefano Delle Chiaie e sulla presunta pista nera, De Luca non ha lasciato margini di interpretazione: «Guardando le carte ci siamo resi conto che si trattava di zero tagliato». Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Caltanissetta, Santi Bologna, dal canto suo, in un'ordinanza scrive che un magistrato della Procura nazionale antimafia, Gianfranco Donadio, trovò un documento firmato dal capitano Antonio Cavallo e grazie al quale fece colloqui investigativi per capire: se Delle Chiaie (figura della destra eversiva) avesse avuto un ruolo nella strage di Capaci; quali fossero i rapporti tra ambienti dell'estrema destra e Cosa Nostra. Ma questi colloqui, riporta l'ordinanza, «non potevano essere usati nei processi, per motivi procedurali». Tuttavia, l'allora Procuratore nazionale antimafia, «avrebbe potuto comportare, all'esito delle nuove acquisizioni, la tempestiva predisposizione di un atto di impulso da inviare alle autorità giudiziarie competenti a svolgere le relative indagini». Questo avrebbe permesso interrogatori tempestivi e verifiche importanti, quando i ricordi dei collaboratori erano ancora freschi. Sia Donadio sia dell'allora Procuratore Pietro Grasso sono stati interrogati. «Dall'esame dei due magistrati - riporta l'ordinanza - è emerso che al rinvenimento della nota ed allo svolgimento dei colloqui investigativi non seguì alcun atto di impulso». Intanto, Ranucci si agita, catapultando un post sui socia: «Il senatore Gasparri con le sue agenzie sta cercando di fermare l'inchiesta di questa sera (ieri sera, ndr) sulle stragi di mafia. Ma Report andrà in onda regolarmente...». Immediata la replica del componente della Commissione Vigilanza Rai: «Nessuna minaccia mi farà tacere e nessun post renderà vere le bugie di Report».