Sono centinaia le vittime della repressione in Iran, dove la protesta contro il governo continua a dilagare per le strade del Paese. Con il blackout di internet e delle comunicazioni con l'estero che va avanti ormai da giovedì è difficile avere informazioni precise, ma i bilanci che filtrano dalle ong sono concordi nel parlare di centinaia di morti, sottolineando che il conteggio è destinato ad aggravarsi. Gli attivisti di Human Rights Activists News Agency (Hrana), gruppo con sede negli Usa i cui conteggi si sono rivelati accurati in precedenti round di proteste, riferiscono di almeno 538 morti, di cui 490 manifestanti e 48 membri delle forze di sicurezza. Le minacce del regime - Testimoni hanno riferito alla Cnn di corpi ammassati in ospedale e, sempre secondo Hrana, sarebbero oltre 10.600 le persone arrestate. Donald Trump, che nei giorni scorsi aveva minacciato un intervento se i leader iraniani avessero usato la mano dura, stando alle indiscrezioni valuterà diverse opzioni fra cui quella militare. Teheran intanto ha reagito con ulteriori minacce, anche a Israele: "In caso di attacco all'Iran" sia "Israele, sia tutti i centri militari, le basi e le navi americane nella regione saranno nostri obiettivi legittimi", ha detto il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Qalibaf. Tel Aviv monitora con attenzione quanto accade in Iran: "Speriamo tutti che la nazione persiana venga presto liberata dal giogo della tirannia" e "quando quel giorno arriverà Israele e Iran torneranno a essere fedeli partner nella costruzione di un futuro di prosperità e pace", ha dichiarato Benjamin Netanyahu. La risposta Usa - Secondo il Wall Street Journal, per martedì è previsto un briefing in cui i collaboratori di Trump lo informeranno sulle opzioni possibili, che includono quelle militari, informatiche ed economiche. Al giornale le fonti hanno riferito che le prossime mosse, che verranno discusse nell'incontro fra il presidente Usa e alti funzionari dell'amministrazione, potrebbero includere il potenziamento di fonti antigovernative online, l'impiego di armi informatiche segrete contro siti militari e civili iraniani e l'imposizione di ulteriori sanzioni al regime e attacchi militari. Contro Trump si è scagliata la Guida suprema, l'ayatollah Ali Khamenei: "Il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato che se il governo iraniano facesse questo o quello, si schiererebbe dalla parte dei rivoltosi. I rivoltosi hanno riposto le loro speranze in lui. Se è così competente, che gestisca il suo Paese", ha scritto in un post su X. Le proteste e la repressione - Le manifestazioni, iniziate il 28 dicembre contro il caro-vita legato al crollo della moneta locale, il rial, si sono ben presto estese arrivando a chiedere il rovesciamento del sistema autoritario che dal 1979 governa il Paese. Domenica mattina i manifestanti hanno nuovamente invaso le strade della capitale Teheran e della seconda città più grande del Paese, Mashhad. La leadership dell'Iran, che ha minacciato la pena di morte per chi partecipi alle proteste, non ha fornito bilanci delle vittime e continua a riferirsi ai manifestanti come "rivoltosi". Il presidente Masoud Pezeshkian ha inasprito i toni: in un'intervista alla tv di Stato ha affermato che le autorità ascolteranno i dimostranti ma ha aggiunto che "il dovere più importante è quello di non permettere a un gruppo di rivoltosi di venire a distruggere l'intera società". Occhi sull'Iran dall'Unione europea: "Mentre la repressione si intensifica e continua la perdita di vite innocenti, stiamo monitorando attentamente la situazione. La successione - L'Europa è al fianco del popolo iraniano nella sua legittima lotta per la libertà", ha scritto su X la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. In tutto questo il figlio dell'ultimo scià, Reza Pahlavi, in esilio negli Stati Uniti da quasi 50 anni, è tornato a fare sentire la sua voce: "Non lasciate la strada. Il mio cuore è con voi. So che sarò presto con voi", il suo messaggio ai manifestanti, ai quali ha sottolineato che "Trump, in quanto leader del mondo libero, ha osservato attentamente il vostro indescrivibile coraggio e ha annunciato di essere pronto ad aiutarvi". Il principe Reza Pahlavi sta provando a ritagliarsi un ruolo da protagonista nel futuro del suo Paese, ma non è chiaro quale sostegno reale abbia in patria: in alcune proteste i manifestanti hanno gridato slogan a sostegno dello scià, ma non è chiaro se si tratti di sostegno a Pahlavi stesso o del desiderio di tornare a un'epoca precedente alla rivoluzione islamica del 1979. Tanto più che in passato il sostegno di Pahlavi a Israele e di Israele a Pahlavi hanno suscitato critiche, in particolare dopo la guerra di 12 giorni fra Iran e Israele di giugno scorso.