La partita sulla riforma della giustizia entra nel vivo: tra ricorsi legali e tensioni politiche, la data del voto è finalmente ufficiale. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha firmato il decreto che stabilisce per il 22 e 23 marzo il voto referendario sulla riforma della giustizia, chiudendo una giornata di difficile che ha tenuto alta l'attenzione dei cittadini e dei media. La firma è arrivata dopo il ricorso del comitato del No al Tar del Lazio, che aveva chiesto l'annullamento della delibera del Consiglio dei ministri che fissava la data, e la risposta del Comitato “SiSepara” e della Fondazione Einaudi, che, come riporta il “Corriere della Sera”, hanno presentato un ricorso ad opponendum per tutelare la validità della procedura. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, intervenuto al Tg1, ha commentato le iniziative del comitato dell'Associazione nazionale magistrati (Anm), che invita a votare No per “evitare giudici sottomessi”. Nordio ha definito “fantasiose” le accuse, sostenendo che le resistenze alla riforma riflettano dinamiche di potere interne alla magistratura. “Pm e giudici appartengono alla stessa famiglia e si scambiano consensi nel Csm – ha spiegato – togliere potere non è mai indolore”. Lo scontro tra i comitati non si limita agli aspetti politici, ma coinvolge anche le procedure. Carlo Guglielmi, portavoce del gruppo che ha raccolto circa 400mila firme per proporre un testo integrativo della riforma, ha sottolineato che il ricorso anticipato al presidente della Repubblica segue la prassi costituzionale, che prevede tre mesi per raggiungere le 500mila firme necessarie. Giandomenico Caiazza, presidente di “SiSepara”, ha replicato che “non si fa ricorso contro una prassi”, evidenziando la natura simbolica della contesa. A Palazzo Chigi, invece, si spiega che la scelta della data del voto è stata influenzata da un'altra scadenza: il 17 gennaio sarebbero infatti terminati i 60 giorni dal via libera al primo quesito, senza i quali l'intera procedura referendaria sarebbe stata compromessa. Nel frattempo, Forza Italia ha annunciato la creazione di un comitato per il Sì e la disponibilità a investire un milione di euro nella campagna, mentre il Movimento 5 Stelle ha lanciato un kit online per sostenere il No e facilitare la partecipazione dei cittadini alla campagna. I sondaggi più recenti mostrano un leggero ridimensionamento del vantaggio dei Sì. Secondo una rilevazione Ipsos-Doxa, riportata dal quotidiano di via Solferino, i favorevoli alla riforma raggiungono il 54%, contro il 46% dei contrari, rispetto al 57,9% a 42,1% di un mese fa. In uno scenario di voto obbligatorio, i No supererebbero i Sì (53,3% contro 46,7%). Altri dati, diffusi a Porta a Porta, evidenziano che il 41% degli elettori ha già deciso di partecipare, mentre il 17,4% non andrà a votare e il 41,6% è indeciso: in questo caso, i Sì si attesterebbero al 50,3% e i No al 35,4%. Sul piano politico, Matteo Salvini ha definito il voto un'occasione “liberatoria”, mentre il segretario del Pd, Francesco Boccia, ha criticato l'iniziativa definendola un modello autoritario. Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, ha parlato di “autoritarismo paternalistico” e ha denunciato il rischio che decisioni importanti vengano prese centralmente senza la reale partecipazione dei cittadini. Anche l'ex primo presidente della Cassazione, Margherita Cassano, ha espresso dubbi sull'Alta corte disciplinare, osservando come la Costituzione vieti la creazione di nuovi organi giudiziari speciali, concepiti come reazione ai tribunali fascisti. La sfida referendaria è quindi appena iniziata, tra ricorsi legali, campagne politiche e sondaggi in evoluzione. Gli italiani saranno chiamati a esprimersi tra poco più di due mesi, in un voto che promette di essere tra i più seguiti e discussi dell'anno.