Antagonisti e maranza pronti per le Olimpiadi invernali 2026. Insieme a reti anarchiche, collettivi ambientalisti e una galassia fluida pronta a saldarsi con soggetti marginali attratti dalla possibilità di devastazione, sono al centro del dossier che l'Antiterrorismo segue da mesi. Le Olimpiadi, infatti, sono un fronte di conflitto in quanto ritenute «ingiuste e nocive su più fronti». Per questo si lavora su più livelli, dalla tutela dell'ordine pubblico al monitoraggio delle reti antagoniste. Perché Milano-Cortina 2026 rappresenta un evento globale inserito in una cornice geopolitica tesa. Ed è proprio questa combinazione a trasformarlo in un obiettivo sensibile, sul quale l'attenzione resta alta. L'allarme riguarda l'intero perimetro dei Giochi. Le prime mobilitazioni sono già calendarizzate. Il Comitato Insostenibili Olimpiadi ha annunciato una quattro giorni di azioni dal 5 all'8 febbraio 2026, in coincidenza con l'apertura dei Giochi. Sono previste «azioni diffuse» a Milano, contestazioni durante il passaggio della fiamma olimpica e una manifestazione nazionale il 7 febbraio, con l'obiettivo dichiarato di rompere la narrazione dell'evento e boicottarne l'immagine. In parallelo, dal 6 all'8 febbraio, sono state annunciate le cosiddette «Utopiadi», giochi popolari alternativi e occupazioni temporanee concepite come zone autonome, strumenti di visibilità e disturbo. E poi ci sono le "azioni clandestine" da parte di frange insurrezionaliste che potrebbero anche riguardare episodi di tensioni con le forze dell'ordine volte a generare scontri e violenza. È una strategia di mobilitazione diffusa che suggerisce la possibilità di operazioni decentrate anche durante gli eventi sportivi. Le rivendicazioni sono esplicite. I movimenti parlano di «rompere la pax olimpica», di diventare «granelli di sabbia» capaci di inceppare la macchina dei Giochi. L'evento viene definito «spettacolo privato», strumento di speculazione edilizia e devastazione ambientale. La Val di Fiemme, inoltre, è citata tra i territori «saccheggiati», inserita nel modello di turismo invernale ritenuto insostenibile. Ma il boicottaggio non è solo simbolico. L'invito è a disertare, intralciare, sottrarre consenso e visibilità. Il fronte antagonista è composito. Vi confluiscono centri sociali occupati, collettivi studenteschi, reti ambientaliste, sindacati conflittuali e gruppi anarchici. A Milano operano reti universitarie e spazi sociali attivi da anni sulla critica alle grandi opere. In Trentino-Alto Adige e nel Nord-Est, realtà antagoniste come gli anarchici di Rovereto e collettivi locali diffondono materiali e campagne. Sui canali social rilanciano appelli e comunicati, favorendo una mobilitazione rapida e trasversale. È in questo contesto che l'Antiterrorismo segnala anche la possibile saldatura con i maranza, attratti non da un'ideologia strutturata ma dalla possibilità di "fare casino" in contesti ad alta esposizione mediatica. Tra gli obiettivi di questa galassia di contestatori, infatti, c'è Intesa San Paolo sponsor dell'evento, e gli atleti israeliani. Tra le richieste degli antagonisti c'è «Israele fuori», in pieno stile pro Pal. Anche sigle della sinistra radicale hanno aderito alle contestazioni. Il Partito dei CARC ha definito le Olimpiadi 2026 parte di un «sistema di speculazione edilizia, grandi opere e tagli ai servizi» sostenuto dalle élite bipartisan. In un comunicato assimilano «la Milano delle Olimpiadi 2026» a quella di Expo 2015, accusando le amministrazioni locali di favorire i grandi interessi immobiliari a scapito della città. In parallelo, collettivi anarchici dell'area Umanità Nova e Rivoluzione Anarchica diffondono testi che promuovono l'opposizione ai Giochi, inserendola nella più ampia critica al capitalismo estrattivo e autoritario. L'opposizione ideologica ai Giochi e l'interesse di realtà antimilitariste verso obiettivi simbolici e sponsor è il collante della protesta che viene portata avanti con attività propagandistiche e manipolatorie online, condotte su gruppi strutturati odi nuova formazione. Il formato diffuso dei Giochi, esteso su oltre 22.000 chilometri quadrati, rappresenta una vulnerabilità oggettiva perché moltiplica i fronti, diluisce le forze e aumenta la complessità del dispositivo di sicurezza.