Trent’anni dopo. Era al tempo presidente del Consiglio Lamberto Dini, che i giornali soprannominavano Lambertow, per le sue affinità socio-psico-culturali con gli yankee, oppure il Rospo per le affinità fisiche con l’anfibio anuro della famiglia Bufonidae. Qualche somiglianza, in effetti, non mancava. Le radio nei bar sparavano a raffica la Terra dei cachi. Capolavoro dissacrante. Elio e le Storie Tese. Come dimenticare le sue gronde sopraccigliari? Parcheggi abusivi, applausi abusivi, villette abusive, abusi sessuali abusivi. Cambiato qualcosa da allora? Mah. La Sampdoria era in serie A - il Genoa non lo so e non mi interessa - e a Chiavari pioveva a dirotto e in continuazione. Un pisciatoio umido e gocciolante di provincia. L’acqua scorreva nelle grondaie, ruscellava nei pluviali e si scaricava a fiotti in strada. Fumavo Philip Morris come una ciminiera. Mal di gola fisso e voce roca. Pioveva sulla pietra scura dei portici medievali di via Vittorio Veneto, sulle saracinesche abbassate a metà, sulla cattedrale dell’Orto che pareva un tempio greco, privato però del sole della Grecia- e sui marciapiedi lucidi di via Marsala. Proprio qui, al civico 14, era stata uccisa, in un ufficio al primo piano, la segretaria ventiquattrenne Nada Cella. Bella ragazza. Faccia d’angelo. Boccoli neri e occhi castani da cerbiatta. Era una primavera sulla quale i tentacoli freddi dell’inverno non intendevano mollare la presa. Ed era anche una primavera avvelenata dal male, dal male nella sua versione più oscena e crudele. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:45858501]] PISTE INVESTIGATIVE L’avevano massacrata, Nada. In pieno giorno. Il cranio sfondato con furia cieca e inspiegabile, e sotto di lei un lago di sangue. Nessun nemico e nessuna ombra visibile nel passato. Uno specchio lustro. Neppure uno spasimante respinto, né un’amicizia ambigua. Nada de Nada, mi si perdoni l’inappropriato gioco di parole. Come si dice da queste parti, gli inquirenti non ci presero un belìn. Non è una parolaccia, significa solo che brancolavano nel buio, tanto per usare un topos da giornalisti. Seguendo un riflesso pavloviano, puntarono tutte le energie investigative – quelle disponibili in una sonnolenta cittadina di provincia - sul suo datore di lavoro, il commercialista Marco Soracco. Uno studio rispettabile e clientela altrettanto. Ovale da bravo ragazzo, sempre incravattato e molto legato agli scout e alla parrocchia. Il classico figlio unico, succube di una madre dominante, la quale aveva ripulito la scena del delitto perché il sangue in ufficio faceva brutta figura. E lui che l’aveva lasciata fare. Zitto, obbediente, soldatino. Così sparirono le tracce. Insomma, avete capito il tipo. Si buttarono come falchi su di lui. Carabinieri da un lato, poliziotti dall’altro, senza scambiarsi informazioni, secondo la scellerata rivalità del tempo. Lo indagarono e tennero iscritto sul registro per due anni senza trovare una prova, neppure una briciola, di colpevolezza. Infine, il test del dna lo scagionò. Posizione archiviata. Scusate, abbiamo sbagliato. Le altre piste vennero ignorate o liquidate in fretta. Io lo so perché nel lontano Novantasei seguivo il caso come inviato del Giornale. Mi ci aveva spedito Mario Sechi, che voi lettori di Libero conoscete fin troppo bene. DONNA MISTERIOSA Tra i vari sospettati che entravano e uscivano dalle indagini come in una porta girevole ci fu una “donna misteriosa”. Un barbone l’aveva vista in via Marsala all’ora dell’omicidio tutta sporca di sangue che usciva dall’ufficio di Soracco e montava in groppa a un motorino Piaggio, colore blu metallizzato, allontanandosi nell’aria ancora pungente della mattina, come se avesse il diavolo alle calcagna. Fece l’identikit e la identificarono. Era una che conosceva Soracco, frequentavano assieme i corsi di ballo nella palestra dell’ex cinema Odeon, erano andati in gita con un gruppo di amici al lago di Giacopiane, un bacino artificiale della Val d’Aveto dove ogni tanto qualcuno annega o viene inghiottito dalle sabbie mobili. Eh sì, ci sono anche le sabbie mobili in Liguria. Indagarono la donna misteriosa per cinque giorni ma poi decisero che un barbone che mendicava (e olfattivamente compromesso) non era un teste credibile. Mi chiedo ancora adesso su che basi un clochard, anche se poco profumato, non fosse attendibile. Che motivo avrebbe mai avuto di mentire? Nessuno. Ma il consesso della provincia benpensante sentenziò che non meritava fiducia. Non ne afferro il motivo ma mentre scrivo il pensiero mi corre a Bocca di rosa di De André, lo so che non c’entra un cavolo e che è tutta un’altra storia. Forse l’ambientazione, l’atmosfera di sospetti, il paesino di Sant'Ilario, la gente che dà buoni consigli se non può più dare cattivo esempio. VITA DA CRONISTA Comunque io in quei giorni mi aggiravo per Chiavari a caccia di notizie che non trovavo. C’era l’inviato della Stampa, Pierangelo Sapegno da Torino, che ne sparava una ogni mattina. Bravissimo. Un incubo per i colleghi. Erano quasi tutte balle, ma scritte così bene che sembravano vere. Diabolico. Io ero bravino, ma lui un fuoriclasse. Pioveva di brutto e tiravano rasoiate di tramontana a Chiavari, come dicevo. Sembrava voler tagliarti le orecchie. Pozzanghere e scarpe che facevano plàf plàf. L’inverno testardo si ostinava a non arrendersi alla dolcezza della primavera, come dicevo. Come se quel delitto avesse avvolto il paese in un lugubre e greve mantello nero. E come ancora dicevo la canzone di Elio e le Storie Tese martellava i timpani, ovunque e in ogni momento: Italia sì, Italiano, Italia bum, la strage impunita... puoi dir di sì, puoi dir di no, ma questa è la vita. Insomma, facevo una vitaccia da cronista ramingo senza cavare un ragno dal buco. Così credevo. Invece. Invece una mattina intercettai davanti al palazzo neogotico del tribunale, in piazza Mazzini, l’avvocato della donna misteriosa, ormai definitivamente defilata dall’inchiesta, non si sa perché. Il legale si chiamava Margherita Pantano, piccolina e battagliera. Mi spiegò, senza farne il nome, che la sua cliente sì che era passata a piedi in via Marsala la mattina dell’omicidio, ma casualmente e nulla aveva a che fare con il fatto di sangue. Questione di sfortuna. Se la prendeva pure con i magistrati pasticcioni. Lo riportai sul Giornale il giorno seguente in un articolo dal titolo – che, mi pare, fece proprio Mario Sechi – “Giallo di Chiavari, buco nell’acqua: esce di scena la donna del mistero”. Fine della prima parte della storia. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:40932063]] LA TESI DI LAUREA Parte seconda. Il nome di Nada Cella scolora, e resta sepolto nei faldoni polverosi arenati negli archivi giudiziari. Per anni, silenzio. Spariscono nel tempo perfino la procura e il tribunale, anche se il Palazzo di Giustizia, una specie di medievale castello di ghiaccio, rimane in piazza: l’accorpamento delle sedi giudiziarie porta Chiavari dove era, in provincia di Genova e il resto della partita si giocherà infatti a Portoria, nell’ex lazzaretto di Pammatone. Solo la madre della ragazza, Silvana Smaniotto, continua a scavare per sapere chi le ha strappato la figlia. Poi, all’improvviso, qualcosa riemerge. La studentessa di criminologia Antonella Delfino Pesce, scrivendo la tesi di laurea, si appassiona al caso, diventa amica di Silvana e scopre nuovi indizi e testimonianze a carico della “donna del mistero”, che ora ha un nome e cognome: Annalucia Cecere. Il riscontro più pesante: durante una perquisizione nella sua abitazione – a Boves dove si era trasferita un mese dopo il delitto - vennero trovati cinque bottoni di una giacca di jeans compatibili con quello rinvenuto sulla scena del crimine, riposti in una scatoletta. Due anni fa si apre il processo, che vede imputato anche Soracco per favoreggiamento. La Cecere dichiara che la mattina dell’omicidio si trovava al lavoro, a fare le pulizie nello studio di un dentista a Sestri Levante. L’avvocato della famiglia di Nada, Sabrina Franzone, legge l’articolo che scrissi nel 1996 sul Giornale, in cui l’avvocato della Cecere dichiarava che la sua cliente era in via Marsala. Una contraddizione lampante e assai sospetta. La Pantano non può essere sentita: nel frattempo è morta. CONVOCATO IN PROCURA Così mi convocano in Corte d’Assise nel luglio scorso come teste dell’accusa, giuro di dire tutta la verità e vengo interrogato dal presidente Massimo Cusatti. Mi torchiò per bene e io confermai semplicemente quello che avevo scritto, senza aver mai ricevuto smentita. Mi dicono adesso che la mia deposizione è stata la prova regina nel processo perché colloca, trent’anni dopo, l’imputata sul luogo del delitto. Ne saprò di più quando saranno rese note le motivazioni del verdetto. Comunque: la Cecere condannata per omicidio a ventiquattro anni, curiosamente lo stesso numero di anni che aveva Nada quando è stata massacrata, Soracco a due per favoreggiamento. Curioso anche il fatto che proprio ieri, mentre ero in coda sull’autostrada tra Genova e Milano, l’autoradio sintonizzata su 105 ha suonato La terra dei cachi. E l’ho pure canticchiata. Bizzarro. Irrilevante. IPOTESI DI MOVENTE Piuttosto, perché l’ha uccisa? Senza le motivazioni posso solo avanzare un’ipotesi. La Cecere - di umili condizioni, con un padre violento e etilista che arrivò a incendiare la casa con i figli dentro - mirava a fidanzarsi con Soracco per poi sposarlo e sistemarsi. Fin qui nulla di strano, di cacciatrici di patrimoni è pieno il mondo. Tempestava il commercialista di telefonate per incontrarlo, ma lui a un certo punto cominciò a negarsi dando ordine a Nada di fare da scudo alle insistenze della Cecere. Quella mattina di inizio maggio, visto che non riusciva a contattarlo, andò di persona nell’ufficio del commercialista dove era appena arrivata Nada che probabilmente le disse che doveva piantarla di perseguitarlo. Di farsene una ragione. In quel momento la Cecere, di carattere violento e dal temperamento irascibile, afferrò un fermacarte o forse una pinzatrice dalla scrivania e colpì ripetutamente la segretaria alla testa abbandonandola agonizzante sul pavimento. Morirà poco dopo in ospedale. Poi, sporca di sangue, si allontanò portandosi via l’arma del delitto in motorino. Credo che sia andata più o meno così. Mi si accende improvvisamente la coscienza di essere un giornalista. Ho la tessera almeno, e pago la quota. Non posso finire così, mentre continua a ronzarmi in testa Italia sì, Italia no, Italia gnamme, se famo du spaghi... Un pezzo ben fatto deve avere un titolo, mentre il mio sproloquio su doppia pagina forse non lo ha. Lo forzo un po’ allora, come saprebbe fare meglio di me Sapegno: “Così ho incastrato l’assassina di Nada Cella”. Gli applausi, anche se non dovuti, sono graditi. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:29468374]]