Legge elettorale, Follini: "Tornare indietro modo migliore per andare avanti"

Roma, 18 gen. (Adnkronos) - "Mette tristezza parlare di legge elettorale mentre il mondo è sottosopra. E tuttavia è assai probabile che la politica italiana sposterà le sue truppe (metaforiche, per fortuna) sulla trincea della regole che dovranno essere adottate in vista delle elezioni politiche del 2027. Argomento assai meno appassionante delle sorti del pianeta, a dir poco. Ma che a suo modo viene considerato cruciale per il destino del nostro sistema di governo. Le avvisaglie ci sono tutte. E' da un po' infatti che la maggioranza ragiona a bassa voce sull'idea di un cambio di regole, immaginando di cancellare i collegi, ampliare la sfera proporzionale e affidare la governabilità a un cospicuo premio di maggioranza. Mentre l'opposizione, anch'essa quasi sottovoce, si interroga se questa proposta possa essere modificata e come; o se invece convenga opporre a Meloni un fin de non recevoir, come dicono i francesi, e denunciare l'ennesima forzatura in materia. Film già visto, verrebbe da dire. E quasi mai a lieto fine. Infatti la tentazione di cambiare regole elettorali a ridosso del voto risulta piuttosto antica e ricorrente. Ne fu vittima perfino De Gasperi (che pure era De Gasperi). E se la legge che fece passare a ridosso delle elezioni del 1953 non fu affatto una truffa -come a suo tempo aveva denunciato la propaganda comunista- tuttavia essa non superò il vaglio degli elettori. I quali, sia pure di stretta misura, non fecero scattare la maggioranza che il premier chiedeva loro. Fu il primo tentativo, quello di De Gasperi. Di lì in poi l'ingegneria elettorale ha fatto molti progressi (si fa per dire). Fino al Porcellum del 2006, voluto all'epoca dal centrodestra e assai flebilmente contrastato dal centrosinistra. Esempio più unico che raro di una legge così invereconda che perfino il suo amanuense e gli ispiratori alle sue spalle furono concordi nel definirlo “una porcata”. Vergognandosi dell'impresa compiuta, salvo cercare di nascondersi a vicenda con un senso dello Stato appena inferiore al loro senso dell'onore politico. Ora, su quello che bolle in pentola forse è presto per esprimere un giudizio. Ma poiché a grandi linee si intuisce almeno la filosofia che sottende il chiacchiericcio di questi giorni, forse varrebbe la pena di provare a rovesciare le premesse di questo dibattito. Cominciando a formulare la domanda delle domande. E cioè se una volta che ci si inoltra verso una correzione in senso proporzionale delle regole della rappresentanza non sia arrivato finalmente il momento di condurre quella correzione fino alle sue più rigorose conseguenze. Ritornare al proporzionale d'una volta (preferenze comprese) arrecherebbe infatti a molti più di un vantaggio. Aiuterebbe a ricostruire partiti veri e propri -quelle antiche case politiche di cui tutti i leader lamentano quotidianamente la mancanza. Aiuterebbe la destra meloniana ad allentare quei vincoli con alleati che si sono rivelati più ingombranti di quanto la premier avesse desiderato. Aiuterebbe il campo largo a farla finita con quella pantomima sul candidato da scegliere e da condividere tra forze che non si rassegnano a subire il rischio del primato del proprio vicino. E soprattutto aiuterebbe gli elettori a sapere per chi hanno votato “di persona personalmente” e magari perfino a ricordare come si chiama il deputato del loro borgo. In fondo quella legge antica aveva retto per una quarantina d'anni con il beneplacito di quasi tutti. E oggi finalmente potrebbe applicarsi a un sistema che nel frattempo s'è liberato dai vincoli ideologici che ne limitavano il funzionamento. Non c'è più una democrazia bloccata, come ai tempi della guerra fredda. Non ci sono più ostacoli ideologici. Concorrono tutti al governo, dove abbiamo visto alternarsi gli eredi di tutte le culture politiche del dopoguerra, rivisitate ma non troppo rinnegate. E vi possono concorrere non più in ragione della loro utilità marginale ma in virtù del numero dei voti raccolti. Sarebbe, come si usa dire, l'uovo di Colombo. Ora, si può obiettare che gli interessi che militano dalla parte opposta sono fin troppo chiari. E segnalare che a quanto pare sono destinati a prevalere anche questa volta. Ma il respiro di quegli interessi è assai corto, e la loro provvisoria soddisfazione dura quasi sempre un solo attimo. Nel mondo infatti siamo l'unico paese che si è trovato a cambiare la legge elettorale per la quarta volta nel giro di due decenni. Record che non giova al nostro buon nome e in fondo neppure agli interessi più duraturi dei leader e dei partiti che si cimentano in questa fatica. Non suoni troppo paradossale. Ma in questo caso tornare indietro sarebbe davvero il modo migliore per andare avanti". (di Marco Follini)