C'è un partito schierato per il Sì al referendum sulla giustizia mentre il suo leader sostiene il No. Nulla di grave, a volte succede che il sentiment del segretario e quello del partito possano differire. È chiaro però che quando accade c'è solo un modo per appianare le divergenze: il leader, rifacendosi alla maggioranza, abbraccia la posizione degli iscritti e se ne fa carico. Stavolta però le cose non sono andate in questo modo. Ma facciamo un passo indietro. Appena è iniziata la discussione sulla riforma della giustizia Riccardo Magi, sì stiamo parlando di lui, ha sentenziato: «La separazione delle carriere è giusta, ma questa riforma non lo è». E ancora: «Con questa riforma avremo un esercito di 1300 procuratori che si muovono in totale autonomia con la polizia giudiziaria al loro servizio». Poi quando si è trovato a dover prendere una decisione durante il voto finale alla Camera ha preferito non partecipare. Una scelta che all'interno del partito non è piaciuta, «ha calpestato la storia dei radicali di Pannella» hanno commentato, in una nota, Valerio Federico, già tesoriere nazionale del partito, e l'avvocato Francesco Cima Vivarelli, della principale lista del partito, Millennium, e membro dell'Assemblea nazionale. Intendiamoci, quella di Magi è una posizione più che legittima. Il problema è che quando l'assemblea di +Europa si è riunita il 13 dicembre, per stabilire una linea comune in vista del quesito referendario, ha optato per il Sì. Come detto a quel punto il segretario avrebbe dovuto mettere da parte le convinzioni personali e rifarsi alla volontà della maggioranza. E invece ha optato per una strategia diversa. «In 68 giorni di campagna referendaria +Europa non ha promosso una sola iniziativa pubblica a sostegno del Sì e, soprattutto, ha pubblicato su Facebook 105 post, zero nel merito della materia referendaria, tant'è che molti elettori così come i simpatizzanti di +Europa nemmeno conoscono la scelta del partito a favore del Sì. Tutto questo benché il 13 dicembre Magi, smentendo sé stesso e cedendo alla volontà maggioritaria del partito si pronunciò inevitabilmente per il Sì alla riforma sulla separazione delle carriere in Assemblea nazionale. Ma da quel momento è scattata l'autocensura» hanno scritto in una nota Federico e Vivarelli.