Trump da record sullo Stato dell'Unione. Tasse, Iran, attacchi a Biden e i dem: cosa ha detto

Un'ora e quarantasette minuti. Il primo discorso sullo Stato dell'Unione del secondo mandato di Donald Trump è il più lungo mai pronunciato da un presidente degli Stati Uniti e supera il record segnato nel 2000 da Bill Clinton, con un'ora e mezza circa. Quando il tycoon sale sul palco e si rivolge al Congresso in platea ci sono ben quattro giudici della Corte Suprema, tre dei quali avevano votato a favore del verdetto che ha bloccato i suoi dazi. Il timore di una dura tirata contro la ‘Scotus' era stato condiviso anche da molti parlamentari repubblicani. Trump invece abbandona i toni accesi utilizzati sui social e si limita a definire “deludente” una decisione “sfortunata”. Gli strali più virulenti sono invece riservati ai democratici che, mentre i colleghi del ‘Gop' si producono in più di una standing ovation, rimangono seduti, immobili, alcuni a braccia conserte. Il presidente afferma che dovrebbero “vergognarsi” di non alzarsi anche loro, li accusa di essere “contenti” dei due punti di Pil che, a sua detta, sarebbero stati persi con l'ultimo ‘shutdown', e di essersi opposti alla sua ‘big beautiful bill' in quanto “volevano più tasse per danneggiare la gente”. Qualcuno, come Lauren Underwood, si alza e se ne va. Al Green, che alza un cartello con scritto ‘i neri non sono scimmie', in riferimento al fotomontaggio degli Obama realizzato con l'IA e condiviso su Truth nei giorni scorsi, viene espulso dall'aula. Sulla politica interna i temi sollevati in polemica con l'opposizione, e in vista delle mid-term, sono piuttosto concreti. Lo ‘shutdown' parziale del dipartimento per la Sicurezza Nazionale che “tiene lontani terroristi e assassini” per quanto le porte dell'America “restano sempre aperte a chi vuole venire per lavorare duro”. Lo scandalo delle truffe sui fondi pubblici in Minnesota, alla quale la Casa Bianca ha promesso di reagire con una “guerra alla frode” di cui sarà responsabile, è l'annuncio di oggi, il vicepresidente JD Vance. E la riforma del voto che i Repubblicani intendono approvare al Congresso per rendere obbligatoria la presentazione di un documento d'identità. Ad assistere, per la prima volta, c'è il figlio diciannovenne Barron, seduto accanto ai suoi fratelli. C'è la figlia di Jimmy Lai, il magnate di Hong Kong incarcerato dalle autorità cinesi. E c'è Erika, la vedova di Charlie Kirk, l'attivista conservatore, “ucciso per le sue idee” ed eletto a martire di una nuova America, dove “la religione sta tornando più che mai, i confini sono di nuovo sicuri, l'inflazione è in caduta libera e i salari sono in crescita”. Il presidente degli Stati Uniti torna a rivendicare quelli che ritiene i successi della sua presidenza, dai record del Dow Jones alle guerre che afferma di aver fermato, in un discorso che ripropone molti dei contenuti del suo intervento al Forum di Davos con un approccio meno aggressivo. Cita, ad esempio, una volta sola il predecessore Joe Biden, che gli avrebbe lasciato “una nazione in rovina” che lui ha reso “più grande, ricca e forte che mai” e “di nuovo rispettata come mai era accaduto”. “I nostri nemici hanno paura”, assicura Trump. E, se il Venezuela è diventato “un nuovo amico e partner”, con l'Iran “si sta negoziando”. La Repubblica Islamica, secondo il presidente, starebbe costruendo missili balistici in grado di colpire gli Stati Uniti. A Teheran “non sarà mai consentito avere un'arma nucleare”. Ma la via “preferita” di Washington, sottolinea Trump, non è la guerra ma la diplomazia. “La rivoluzione americana iniziata nel 1775 continua ancora oggi” e il Paese va verso “un futuro più grande, migliore, più fiero, più glorioso che mai”, promette Trump in conclusione: “God bless America”.