I numeri della vergogna: la metà dei minori detenuti sono immigrati clandestini

Chi continua a sostenere che l'immigrazione clandestina di massa sia un fenomeno neutro o facilmente gestibile senza conseguenze gravi dovrebbe fare un giro nelle carceri minorili italiane. Lì la realtà ha già bussato alla porta, e lo fa con numeri brutali, inequivocabili. Numeri che raccontano il fallimento di anni di aperture indiscriminata e dell'idea romantica secondo cui basti accogliere per risolvere tutto, senza governare i flussi né prevedere le ricadute. Al 31 dicembre 2025, negli Istituti penali per minorenni (Ipm) risultavano detenuti 572 ragazzi. Di questi, 242 erano stranieri: oltre il 42% del totale. Il dato che più colpisce, però, è la provenienza: tra i minori stranieri, 191 – vale a dire circa il 79% – arrivavano dal Nord Africa. Tunisia 74, Egitto 46, Marocco 54. Sono esattamente i Paesi da cui salpano i barconi dei cosiddetti “viaggi della speranza”, rotte controllate da trafficanti senza scrupoli che trasformano la disperazione in business: è la fotografia scattata dal rapporto annuale di Antigone sulla giustizia minorile, associazione che da decenni monitora con rigore le condizioni del sistema detentivo. L'accelerazione negli ultimi anni è evidente e preoccupante. Tra il 2023 e il 2024 la presenza media negli Ipm è balzata da 425 a 556 ragazzi (+30,9%). Al centro di questo trend c'è un fattore decisivo: l'incidenza dei minori stranieri non accompagnati (Msna). Durante le visite negli istituti, gli osservatori hanno constatato che la quasi totalità dei ragazzi nordafricani detenuti è composta proprio da Msna: adolescenti arrivati soli, finiscono risucchiati in circuiti criminali già radicati sul territorio. Insomma da dove arrivano questi giovani? Dalle stesse rotte migratorie illegali gestite dai trafficanti di esseri umani, un'industria che prospera sulla promessa di un ingresso facile in Europa. Non è che attraverso questi canali arrivino solo criminali: ovviamente no. Ma è del tutto evidente il collegamento “statistico” tra i due fenomeni. Le carceri minorili rappresentano solo il punto finale di una catena lunga e pericolosa: inizia nei porti africani sovraffollati, attraversa deserti mortali e finisce nelle mani di smugglers che trattano le persone come merce. Se non si interviene all'origine le conseguenze diventano inevitabili: un sistema giudiziario minorile al collasso, un deterioramento della sicurezza nelle città, un fallimento sociale che colpisce sia le comunità ospitanti sia i migranti stessi. Il dibattito pubblico italiano continua ad essere viziato da un pregiudizio di fondo: sei democratico e progressista se apri le porte all'accoglienza a qualunque costo, sei retrogrado e tirannico (meglio: fascista) se cerchi di ribaltare la tendenza in vigore. Ma i numeri non danno vie di fuga, restano lì, testardi e concreti. Raccontano che senza un controllo effettivo dei flussi, senza criteri di selezione chiari e senza politiche di integrazione efficaci e monitorate, lo Stato perde progressivamente terreno e la coesione sociale si erode. È tempo di cambiare rotta: altrimenti le carceri minorili continueranno a riempirsi. Anche perché l'alternativa è vederli circolare liberamente per le strade, con atteggiamenti sempre più minacciosi. È cronaca quotidiana sui mezzi del trasporto pubblico, nelle piazze delle città (soprattutto al nord), nei locali pubblici, tanto in centro come in periferia. Qualcosa si muove, anche in Europa. Sappiamo che su questo punto c'è convergenza tra forze di governo a destra e al centro. Tradotto: da Meloni a Merz. E allora che si spinga l'acceleratore, i cittadini europei sono molto più pronti di quanto riesca ad immaginare qualche sessantottino dal tweet facile.