Nel corso dell'ultima puntata di Piazzapulita, giovedì 26 febbraio su La7, si è acceso il confronto tra Michele Santoro e Corrado Formigli. Tutto nasce da una frase di Santoro, che definisce l'Ucraina “una democrazia efficiente, consolidata” con un tono sospeso, quasi a voler aprire una riflessione sul modo in cui il Paese viene rappresentato nel dibattito pubblico occidentale. Il conduttore interviene immediatamente, sottolineando come, qualunque siano i suoi limiti, la democrazia ucraina resti comunque più vitale e plurale di quella russa. È a quel punto che Santoro sorprende lo studio sostenendo che, a suo avviso, la dialettica politica sarebbe “molto più forte in Russia che in Ucraina”. Una posizione in evidente controtendenza rispetto alla narrazione dominante e che provoca la reazione decisa del conduttore. Formigli richiama l'attenzione sulle condizioni di repressione del dissenso a Mosca, ricordando l'esistenza di detenuti politici e citando il caso di Alexei Navalny, morto in circostanze che l'Occidente attribuisce direttamente al regime di Vladimir Putin. “Abbiamo ancora i gulag”, insiste, come a marcare la distanza tra un Paese che soffoca la critica e uno che, pur in guerra, mantiene istituzioni pluraliste. Santoro, però, non arretra. Ribadisce che le immagini che arrivano dall'Ucraina attraverso i media occidentali sarebbero “compatte, coerenti, sempre uguali”, come se non esistessero voci dissidenti, problemi interni, contraddizioni politiche. A suo avviso, questo racconto uniforme rischia di impedire una comprensione più autentica del Paese, della sua evoluzione politica e delle sue fragilità. Non è un attacco diretto all'Ucraina, suggerisce Santoro, ma una critica al modo in cui l'informazione occidentale filtra e seleziona ciò che mostra. La tensione tra i due giornalisti si fa palpabile, non solo per le posizioni divergenti ma per la diversa idea di cosa significhi raccontare un conflitto e il contesto politico che lo circonda. Da un lato Formigli difende la centralità del principio democratico come discrimine essenziale per leggere la guerra; dall'altro Santoro invita a non accontentarsi delle versioni ufficiali e a cercare zone d'ombra, omissioni, assenze nel discorso pubblico. Il risultato è un confronto che non si esaurisce nello scambio di battute, ma fotografa un dissidio più profondo che attraversa l'opinione pubblica italiana e la sua capacità di interpretare uno scenario internazionale sempre più complesso. Lo studio si scalda, il pubblico segue in silenzio, consapevole di assistere a un momento di televisione in cui la contrapposizione non è finta né preparata. E mentre i due continuano a ribattere, emerge un fatto evidente: la guerra in Ucraina non divide solo governi e diplomazie, ma anche il modo in cui raccontiamo il mondo e il significato che attribuiamo alle parole “democrazia”, “libertà” e “dissenso”. In questo senso, il botta e risposta tra Santoro e Formigli diventa qualcosa di più di una schermaglia televisiva: è l'eco di un dibattito che continuerà a far discutere, dentro e fuori gli studi televisivi.