Tutti gli indizi che fanno della nuova legge elettorale un regalo a Schlein & Co.

Se il centrosinistra potesse scrivere la legge elettorale perfetta per avere buone probabilità di vincere le elezioni, come la scriverebbe? L’obiettivo dovrebbe essere nascondere le debolezze della coalizione, affinché gli elettori non ne siano influenzati. Una debolezza del centrosinistra è l’assenza di un leader riconosciuto da tutti i partner della coalizione e popolare presso gli elettori . La politica non è leaderista perché Meloni parla del premierato: lo è ovunque nel mondo, il tempo della democrazia contemporanea è scandito dall’avvicendamento dei capi. Anche perché gli elettori vogliono scegliere chi li governerà. Il centrosinistra, che oggi non è in grado di indicare un nome, disegnerebbe una legge elettorale che minimizzi il ruolo del candidato premier, o che consenta almeno di nasconderne il nome. Nel 1994, Silvio Berlusconi a domanda rispose senza esitazioni che sarebbe stato lui il premier, se avesse vinto le elezioni. Achille Occhetto, che era il candidato naturale dell’altra parte, traccheggiò, per amore delle vecchie liturgie. Sono tanti i motivi per cui il Pd ha avuto nel 2018 la peggiore performance della sua storia. Ma, fra gli altri, ci fu pure l’ambiguità su chi sarebbe stato il primo ministro in caso di vittoria. Il centrosinistra ha difficoltà nei collegi uninominali. Nel 2022 – quando M5s e Pd si presentarono divisi – perse addirittura 23 a 121. Anche presentandosi unito, secondo i calcoli fatti dall’Istituto Cattaneo sulla base dei risultati delle ultime regionali, perderebbe 55 a 89. A questa difficoltà aritmetica si aggiunge una difficoltà politica: mentre la coalizione di centrodestra, che sta insieme da trent’anni, non ha difficoltà a trasferire i voti di un partito al candidato uninominale espresso da un partito alleato, è meno chiaro che ciò sia facilmente possibile per il centrosinistra, dove le divisioni interne continuano a pesare di più. Insomma, gli elettori M5s sarebbero pronti a votare un Giorgio Gori o uno Stefano Bonaccini, e gli elettori del Pd a mettere la x sul nome di un Angelo Bonelli? Nella prima fase della seconda repubblica, con il Mattarellum, il centrosinistra a trazione moderata provava a contendere al centrodestra alcuni collegi uninominali puntando su candidati dal profilo rassicurante, magari provenienti dalla “società civile”. Per il centrosinistra attuale, è più complicato, le differenze identitarie sono più marcate e quindi è più facile farne la somma che la sintesi. A quel che si legge sui giornali, il centrodestra si appresterebbe a sostenere esattamente la legge elettorale che vorrebbe il centrosinistra : senza collegi uninominali e con il candidato premier nascosto addirittura nel programma elettorale da depositare presso il Ministero degli interni. Qualcuno dirà: è una questione di forma, è chiaro che la candidata sarà Giorgia Meloni. Se la forma non è almeno in parte sostanza, perché Meloni ha dichiarato più volte di volere fare una legge elettorale coerente con la futura riforma del premierato? È possibile sostenere che si vuole l’elezione diretta del primo ministro domani e oggi nasconderne il nome nei programmi, che non legge nessuno? Si obietterà che il legislatore non sta ragionando sul tornaconto elettorale, ma su regole in grado di far fare passi avanti al Paese – se si preferisce alla Nazione – nella direzione di una moderna democrazia dell’alternanza. Nel nuovo sistema, il leader sarebbe drasticamente indebolito dall’assenza di una chiara legittimazione popolare, e quindi ne risulterebbe ridotta la capacità di disciplinare la propria coalizione. La presenza di un premio di maggioranza non ne è un sostituto efficace: funziona nel mantenere stabili le coalizioni e quindi i governi regionali, ma solo perché è accompagnata da un esplicito potere di scioglimento dell’assemblea in capo a un leader legittimato direttamente dal voto popolare. Un premier che non può sciogliere le camere e che non gode di un’investitura chiara da parte dei cittadini non avrà gli strumenti per evitare cambi di casacca e di maggioranza: i “ribaltoni” che, dal 1994, la destra si propone di scongiurare. I proporzionalisti protestano per il premio, pensando che riduca il ruolo dei partiti di mezzo. In un disegno di questo tipo, però, gli aspiranti “aghi della bilancia” non perderanno il lavoro . Le maggioranze continueranno a farsi in Parlamento. E se Meloni riesumerà il premierato, gli altri avranno buon gioco nell’opporre ai suoi propositi riformisti la sua stessa legge elettorale.