«Distruggeremo i loro missili e smantelleremo la loro industria missilistica. Annienteremo la loro marina. Garantiremo che i proxy terroristici del regime non possano più destabilizzare la regione o attaccare le nostre forze. E garantiremo che l'Iran non ottenga un'arma nucleare. Non avranno mai un'arma nucleare». Questi gli obiettivi della campagna congiunta americana e israeliana contro il regime iraniano esplicitati dal presidente Trump in un video pubblicato subito dopo gli attacchi di ieri mattina. «Il nostro obiettivo è difendere il popolo americano eliminando minacce imminenti dal regime iraniano, un gruppo maligno di persone molto dure e terribili». Il presidente Usa ha ricordato che la leadership iraniana ha già le mani sporche di sangue americano e rappresenta ancora una minaccia diretta per gli Stati Uniti, i suoi interessi e i suoi alleati. Nonostante l'attacco del giugno scorso, ha sottolineato, gli iraniani non hanno rinunciato alle loro ambizioni nucleari. Anzi, hanno tentato di ricostruire il loro programma e continuato a sviluppare missili a lungo raggio. Trump ha intimato ai Pasdaran, alle forze armate e alla polizia iraniane di deporre le armi assicurando loro «immunità completa». Ma «se non lo farete, affronterete morte certa», ha aggiunto. Infine, un appello al «fiero popolo dell'Iran: Rimanete al riparo e dentro le vostre case, perché fuori è pericoloso. Quando questa operazione sarà finita, riprendetevi il vostro governo. Sarà vostro. Potrebbe essere la vostra unica occasione per generazioni. Per anni avete chiesto l'aiuto dell'America e non l'avete mai ricevuto. Ora avete un presidente disposto ad agire. L'America è al vostro fianco. Questo è il momento di prendere il controllo del vostro destino e assicurare un futuro prospero. Non lasciatelo passare. Tutto quello che voglio è libertà per il popolo», ha detto Trump in una successiva intervista telefonica: «Voglio una nazione sicura ed è quello che avremo». Dunque, rispetto all'attacco del giugno scorso il cambio di regime è oggi un obiettivo esplicito. Trump si aspettava una resa dopo l'operazione Midnight Hammer, ma ora, dopo mesi di negoziati inconcludenti, sembra essersi convinto che l'unico modo per rendere inoffensivo il regime iraniano è abbatterlo. O meglio, dare l'opportunità al popolo iraniano di liberarsene. Una differenza non trascurabile. Regime change sì, a patto di intendersi. Trump lo concepisce infatti come esito desiderato, ricercato, ma si aspetta che siano gli iraniani a portarlo a termine dall'interno, sul terreno. Con l'aiuto americano e israeliano, che consiste nel decapitare il regime, colpire i centri delle sue capacità repressive. Lo schema è simile a quanto abbiamo visto con il Venezuela. Dispiegamento massiccio della forza militare per esercitare la massima pressione. In entrambi i casi il "deal" offerto da Trump era di fatto una resa. La differenza è che a Caracas le seconde e terze linee del regime si sono piegate ed è quindi stato sufficiente rimuovere Maduro. In Iran, Washington cerca di ottenere lo stesso risultato con una ben più massiccia ed estesa decapitazione dall'alto del regime e la spinta dal basso del popolo iraniano. Non sarà facile, l'esito è tutt'altro che scontato. Si può pensare tutto il male di Trump, ma si è assunto il rischio avendo in mente la sua eredità più che le elezioni di midterm, continuando a infrangere tabù e demolire le assunzioni errate degli «esperti». In gioco, niente meno che il futuro della civiltà occidentale, come ha osservato Mike Pompeo. Non c'è dubbio infatti che l'azione in Iran, come quella in Venezuela, si inserisce nel contesto della competizione globale con la Cina. Se la campagna dovesse davvero portare nelle prossime settimane o nei prossimi mesi alla caduta degli ayatollah, o alla loro resa, Trump avrebbe rimodellato il Medio Oriente sulla base del dominio degli alleati Usa – Israele, monarchie del Golfo, Turchia – assestando un altro duro colpo all'asse Pechino-Mosca.