Una battaglia, disperata, tutta in solitudine quella che il regime degli ayatollah sta conducendo contro i due eserciti più potenti al mondo, quello statunitense e quello israeliano, ai quali potrebbero presto aggiungersi non solo qualche stato europeo ma soprattutto quei Paesi arabi del Golfo Persico oggi colpiti dai missili di Teheran. Un «effetto sorpresa» quello dell'Iran che tuttavia ha avuto sinora conseguenze a lui nefaste. La prima, quella di compattare le monarchie arabe che ancora ieri in una nota congiunta dei ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Qatar, Oman, Emirati, Bahrein e Kuwait- Paesi tutti sotto attacco - hanno affermato che «alla luce dell'aggressione iraniana ingiustificata, gli Stati del Ccg prenderanno tutte le misure necessarie per difendere la loro sicurezza e stabilità e per proteggere i loro territori, cittadini e residenti, compresa l'opzione di rispondere all'aggressione». La seconda di rendere ancora più evidente il distacco degli «alleati». Non solo il laconico telegramma inviato dal presidente russo Vladimir Putin in cui esprime «le più sentite condoglianze per l'assassinio del leader supremo della Repubblica islamica dell'Iran, Seyyed Ali Khamenei, e dei suoi familiari, commesso in cinica violazione di tutte le norme della moralità umana e del diritto internazionale», ma soprattutto l'ufficiale presa di distanza comunicata ieri dal portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov: «L'appartenenza ai Brics non comporta l'obbligo di offrire assistenza reciproca durante un'aggressione militare» ha affermato, sottolineando poi che l'organizzazione, che non ha ancora tenuto consultazioni sull'escalation, promuove la cooperazione «in altri settori», oltre a quello militare. La Russia del resto non è intervenuta in aiuto dell'Iran quando è stato attaccato da Stati Uniti e Israele a giugno scorso, sebbene Teheran abbia fornito droni ed equipaggiamento militare a Mosca per la sua campagna militare in Ucraina. I Brics comprendono Brasile, India, Russia, Cina, Sudafrica, Egitto, Etiopia, Indonesia, Iran ed Emirati Arabi Uniti. Questi ultimi paradossalmente finiti ora sotto attacco di Teheran. In molti si chiedono perché Russia e Cina lasciano «mano libera» a Donald Trump. Diversi analisti internazionali leggono il non interventismo di Mosca come una scelta obbligata alla sopravvivenza. Il fronte ucraino infatti, dopo quattro anni di una guerra durissima combattuta metro per metro, non consente ulteriori «distrazioni». Di fatto la Russia non avrebbe la forza militare ed economica aprire un secondo fronte ben più ampio e distruttivo. L'interesse è un altro. Quello di ottenere il massimo beneficio con il minimo sforzo. Nessun appoggio diretto a Teheran (anche se nelle settimane precedenti all'attacco Usa-Israele diversi "viaggi" sono stati registrati da Mosca a Teheran) e rafforzare invece il ruolo di mediatore con le monarchie del Golfo per fare della Russia un elemento di stabilizzazione della Regione. Non a caso proprio ieri Putin ha avuto contatti con i leader di Arabia Saudita, Emirati arabi Uniti, Qatar e Barhein esprimendo «grave preoccupazione sul rischio reale di espansione della zona del conflitto» e sottolineando lo sforzo di Mosca per la «ripresa della via diplomatica». Ai pasdaran di Teheran sono rimasti solo i proxy Hamas, Hezbollah e Houthi che tuttavia non solo sono stati di fatto decapitati da Israele a partire dal 7 ottobre 2023 ma che ora senza la guida unificatrice (e i soldi) di Alì Khamenei è rimasto giusto il tempo del rantolo finale.