Adesso vediamo se i soliti noti della giustificazione a tutti i costi, della sociologia "prêt-à-porter", verranno a dirci che non c'è problema, che è tutto normale (o magari che è colpa nostra, che non sappiamo integrare). I numeri parlano chiaro: in Italia, dietro le sbarre degli Istituti Penali per Minorenni (IPM) o nelle comunità educative, si nasconde un fenomeno allarmante: la radicalizzazione islamica tra i giovani, spesso di seconda generazione. Non si tratta di casi isolati, ma di un trend in espansione assai significativa: sono ben 19 i minori detenuti per reati legati all'apologia del terrorismo jihadista, al reclutamento o ad atti preparatori. Età media: 16 anni. Giovani pronti a esaltare la jihad online, influenzati da siti islamisti e dal clima post-7 ottobre 2023, data spartiacque che ha segnato un'impennata del fenomeno. Lo riscrivo perché deve essere chiaro: dal 7 ottobre il fenomeno cresce esponenzialmente, proprio mentre esplode la retorica ProPal. Solo chi non vuole farlo può non capire. La lista, dunque, è assai eloquente. Su 19 casi, 14 sono italiani di seconda generazione, nati qui ma con radici straniere. Poi ci sono due marocchini, un tunisino, un egiziano. Diciassette maschi, due femmine. Età dai 15 ai 18 anni. La condizione? Dodici in comunità educative, sei in IPM, uno inlibertàvigilata. Primo aspetto di cui prendere nota: molti provengono da famiglie moderate, non radicalizzate, prive di connotazioni islamiste e ben inserite socialmente ed economicamente. Ma proprio qui scatta la protesta(indotta) dei ragazzi: cercano identità e disciplina che non trovano a casa, contestando ai genitori di aver perso le «radici». I dati generali sugli IPM fotografano il contesto complessivo: 538 minori presenti al marzo 2026, su una capienza di 572. Di questi, 316 italiani, 222 stranieri. Minorenni: 333 (192 italiani, 141 stranieri). Giovani adulti: 205. Minori non accompagnati: 92. L'Africa domina tra gli stranieri: 172, con 77 tunisini, 41 egiziani, 35 marocchini. Proprio da queste nazionalità provengono molti radicalizzati. Gli istituti più affollati? Nisida (75 detenuti), Milano (54), Roma (55), Torino (49). Ma torniamo ai «radicalizzati». Come finiscono in quelle condizioni? Qui c'è il secondo aspetto essenziale: il reclutamento. Sappiamo che il fenomeno è in fortissima espansione dal 2025-2026, legato alla retorica Pro-Pal dopo il 7 ottobre. I reati che vengono loro contestati ci parlano di apologia e proselitismo online, su dark web o siti islamisti sunniti. Ragazzi intrappolati alla ricerca di identità. Al web però si aggiunge una martellante campagna di odio che viaggia nelle moschee, dove, attenti anon essere scoperti, predicatori di ogni genere istigano, esaltano, propongono. Molti si lasciano coinvolgere, a volte anche per fragilità (ma non può essere una scusante). E poi c'è anche chi finisce in carcere per droga o rapina ma poi si trasforma: barba lunga, preghiere ossessive, rifiuto di cibi “contaminati”, aggressioni ai cani antidroga. Particolarmente allarmante l'ostilità verso le donne: rifiutano contatti con psicologhe, educatrici, agenti di polizia penitenziaria (il 90% degli educatori è femminile, e questo crea problemi enormi). Già le donne. Abbiamo visto che anche qualche ragazza è stata arrestata: per molti versi sono le più esaltate, capaci di esaltazione pubblica e privata della poligamia (tanto per fare un esempio). Insomma, grazie ad alcune inchieste e al lavoro negli IPM stiamo cominciando a capire il fenomeno. Possiamo quindi dire che tutto è sotto controllo, che sappiamo chi, dove, come cerca o promuove affiliazioni di questi tipo? La risposta è no, dolorosamente no. E siamo al terzo punto rilevante. La verità è che intercettiamo la punta dell'iceberg. In buona sostanza ignoriamo tutto, tranne ciò che affiora per rilevanza penale. Di seconde generazioni e minori non accompagnati sappiamo quasi nulla: zero background, false dichiarazioni a ripetizione, nessuna voglia di collaborare alle inchieste. Un esempio (semplicemente clamoroso)? I pakistani maschi, che in casi numerosissimi si dicono omosessuali per ottenere l'asilo. È del tutto evidente che mentono, ma spesso funziona. Di fatto, stiamo allevando una generazione ignota, con rischi da maranza a baby gang a jihad. Questi 19 sono segnale preciso di un'emergenza sommersa. L'Italia deve agire: controlli su immigrazione, monitoraggio online, rimpatri. Altrimenti, i «minijihadisti» diventeranno jihadisti tout court. Tutti? No. Ma qualcuno di sicuro.