Altri due poliziotti indagati portano a 7 il numero di agenti del Commissariato Mecenate di Milano al centro di una storia nata due mesi fa come legittima difesa da un pusher ritenuto aggressivo. Accuse alle divise che ora spaziano dalle cessioni di droga, ai pestaggi, fino alle estorsioni e ai sequestri di persona. Con Carmelo Cinturrino, il 41enne in carcere per l'omicidio di Abderrahim Mansouri, avvenuto il 26 gennaio a Rogoredo, chiamato a rispondere di una presunta premeditazione nell'omicidio del 28enne marocchino accanto al cui corpo piazzò una pistola caricata a salve per simulare ciò che non sarebbe avvenuto. È quanto emerge dall'atto con cui la Procura di Milano ha chiesto al gip di disporre l'incidente probatorio nell'inchiesta per omicidio volontario sull'assistente capo e 6 colleghi della polizia di Stato. Una richiesta per cristallizzare le testimonianze, nel contraddittorio con le difese degli indagati, di 8 fra pusher e tossicodipendenti che agli investigatori della Squadra Mobile, coordinati dal pubblico ministero Giovanni Tarzia e dal Procuratore Marcello Viola, a oggi hanno svelato un quadro a tinte fosche sulle modalità operative di Cinturrino e di una parte del Commissariato Mecenate nella gestione di indagini sullo spaccio di droga nel quartiere sud est di Milano: richieste di denaro, falsi verbali di sequestro e perquisizione, arresti sballati, pestaggi. Fra loro c'è chi ha raccontato di essere stato derubato di droga e soldi, di essere stato "colpito con mazzate" e "mandato in ospedale" per costringerlo a "rivelare i luoghi di imbosco". Ci sono accuse di sequestro di persona e arresto illegale per aver rinchiuso soggetti "in una stanza" dove sono stati percossi "ripetutamente". Il protagonista è sempre il messinese, assistito dall'avvocato Marco Bianucci e che si trova in cella a San Vittore, accusato di 33 episodi. Fra cui la premeditazione dell'omicidio di Mansouri con l'aggravante della violazione dei doveri inerenti alla pubblica funzione. Il pusher di uno dei clan con in mano la più grande piazza di spaccio d'Italia sarebbe stato "minacciato in numerose occasioni" direttamente con la frase "o ti arresto o ti ammazzo" e per il tramite di P.P.V., 39enne genovese frequentatore di Rogoredo che all'avvocata della vittima, Debora Piazza, ha riferito che il poliziotto in più occasioni gli aveva detto frasi come "Dì a Zack che se lo becco io lo uccido" e "ricorda a Zack che lo ammazzo". Così come un altro uomo, anche lui di 39 anni, senza fissa dimora, avrebbe sentito le frasi "di a Zack che quando lo vedo lo ammazzo". Frasi da vagliare, accuse provvisorie. Ma che tingono di un colore fosco l'intervento del 26 gennaio in via Impastato, quando Cinturrino, in abiti borghesi e impegnato in un altro servizio a 2 chilometri di distanza, si fionda a Rogoredo, apre il fuoco con la Beretta di ordinanza 9X9 e allestisce una finta scena del crimine per far credere di aver reagito a una minaccia. Così come sono da vagliare le restanti 42 accuse mosse ai 7 poliziotti del Commissariato da altri 6 giovani marocchini, tunisini e afgani, tutti gravitanti nel bosco della droga. Dai loro racconti sono però nate iscrizioni a vario titolo a carico di Cinturrino e altri per cessioni di droga, concussione, percosse, rapina, falso, calunnia ed estorsione. Tra cui la "redazione di falsi verbali" per simulare la presenza di sostanza stupefacente addosso agli arrestati o per alterare nelle descrizioni fornite nelle informative i fatti ripresi dalle telecamere comunali in piazza Gabrio Rosa al Corvetto. "Qua comando io, non comandano i Mansouri", è una delle frasi che entreranno a far parte dell'incidente probatorio.