Referendum, l'appello di Meloni alla sinistra del Sì

Bisogna andare a votare pensando a ciò che occorra realmente al Paese, senza farsi condizionare da interessi di parte che vadano oltre il bene collettivo. Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in un'intervista rilasciata al quotidiano “Il Dubbio”, esorta i cittadini a non cadere nella «trappola» del campo largo. Il riferimento è a quella sinistra favorevole alla separazione delle carriere, che ha assunto una particolare posizione solo perché spera di indebolire il governo. Motivo per cui esorta gli italiani a recarsi in cabina, «pensando a ciò che serve e che reputano più utile per l'Italia, non a ciò che conviene al governo o a un partito». La leader di Fdi evidenzia come quanto contenuto nei quesiti, a cui saranno sottoposti gli italiani il 22 e il 23 marzo, «non è di destra, né di sinistra», ma piuttosto è dettato dal «buon senso». Ricorda, infatti, come molti dei punti inseriti nel prossimo referendum «siano stati proposti da chi oggi li contesta con tanto impeto». Basti pensare, per citare qualche esempio, alla bicamerale di D'Alema o a quanto voluto da Letta nell'ultimo programma per le politiche, ora dimenticato dalla segretaria Schlein. «Non possiamo – scriveva in quella proposta – avere pm che diventano giudici e viceversa». Non a caso, la premier, nel chiarimento via social, riprende una risposta a una domanda su Goffredo Bettini, lo stratega dem dichiaratosi apertamente per la distinzione dei ruoli e, poi, tiratosi indietro per paura che tale “modus pensandi” potesse arrecare danno alla sua coalizione. Era il 2 novembre quando il “guru del Nazareno” rivelava al Tempo come la separazione delle carriere, nel suo partito, fosse un valore «riconosciuto da molti». Se il referendum, però, sarebbe diventato «l'occasione della Meloni per sfondare su tutta la linea», bisognava rivedere le scelte, pur sottolineando come la priorità fosse restare «sul merito, con una discussione responsabile». Motivo per cui fa bene il presidente del Consiglio a rivolgersi, in questi ultimi giorni di campagna, a quel mondo progressista che all'alba doveva decidere in base a un'opportunità e, poi, si è fatto condizionare dal classico diktat calato dall'alto. Dagli estremi al centro, pure a quelle latitudini, come si evince nelle centinaia di iniziative che si stanno svolgendo in tutta Italia, ci sono migliaia di intellettuali, militanti e simpatizzanti favorevoli a migliorare un sistema giustizia, che senza l'intervento voluto dal Guardasigilli, rischierebbe di restare indietro. Non a caso, nel tardo pomeriggio di sabato, la prima inquilina di Piazza Colonna non ripostava un video di un conservatore o un patriota, ma di un ex parlamentare dem. Parliamo dello storico costituzionalista del Nazareno, Stefano Ceccanti. «Un invito – ribadiva la premier – ad andare oltre appartenenze e contrapposizioni ideologiche». Motivo per cui, nella giornata di ieri, a pochi giorni dal voto, il presidente del Consiglio lancia un appello trasversale, chiarendo come quanto proposto dall'esecutivo, stavolta, riguardi «la vita di tutti, la nostra libertà e i nostri diritti». Una cosa è certa, a essere determinante in una partita apertissima sarà proprio quell'elettorato “silenzioso” e sicuramente cospicuo che, pur avendo una storia diversa da chi adesso occupa Palazzo Chigi, ritiene prioritario superare lo status quo. «Non credo di sbagliare a parlare del merito della riforma - rimarca Meloni in un'intervista a Quarta Repubblica - perché mi sono sempre fidata dell'intelligenza dei cittadini». L'accusa ai compagni è quella di aver cambiato parere solo perché a Chigi c'è il centrodestra. Allo stesso modo, però, specifica come, «a differenza di Renzi», non legherà il proprio destino all'esito del referendum. «Per me - chiarisce - è una cosa super importante, dopodiché è una delle 400, 500, 600, 1000 cose che abbiamo fatto in questi 4 anni. Quindi è giusto che il giudizio si chieda sul complesso dell'iniziativa».