Oggi conferenza col ministro Tajani. Via il green deal Ue, sì a un mix energetico serio

Oggi è un giorno importante per Il Tempo. Amici lettori, siete tutti invitati alla conferenza che terremo questo pomeriggio alle 17 qui a Palazzo Wedekind in Piazza Colonna. Ascolteremo le compagnie energetiche e poi la voce del ministro Antonio Tajani. Lo interpelleremo sugli scenari di guerra, ovviamente: e soprattutto sulle ricadute energetiche per l'Italia, dagli scenari più desiderabili (guerra breve) a quelli più sfavorevoli (conflitto ancora lungo). La nostra tesi di partenza può essere riassunta così: la follia Ue del green deal andrebbe archiviata e stracciata. Non solo perché era sbagliata già in teoria, nel suo mix di ecoestremismo e dirigismo illiberale. Ma perché si è rivelata ancora più sbagliata in pratica, deindustrializzando il nostro continente, e creando ulteriore dipendenza dalla Cina. Da due legislature a Bruxelles sta andando in scena la fiera dell'autolesionismo, in origine a causa di un grande amico del Pd, l'olandese Frans Timmermans. Poi ci hanno raccontato che si stava tentando di ridimensionare e transennare i devastanti effetti del suo «pacchetto», assicurando agli elettori europei che si era esagerato con il gretinismo e che no, questo errore non sarebbe assolutamente stato commesso di nuovo. Ma, timide attenuazioni a parte, la realtà è che si sta continuando con il piede sbagliato. Va ricordato che lo stesso discorso di reinsediamento della baronessa von der Leyen, a luglio '24, fu molto negativo. Ecco la frase più emblematica: «Inseriremo il nostro obiettivo del 90% di taglio delle emissioni di gas serra per il 2040 nella nostra legge europea sul clima. Le nostre aziende devono pianificare già oggi i loro investimenti per il prossimo decennio. E non si tratta solo di affari». Morale: tutto il mondo va in direzione opposta; Cina e India continuano a bruciare carbone come se non ci fosse un domani; gli Usa sono da tempo avviatissimi, come vedremo, su una strada di indipendenza (e sovrabbondanza) energetica. Mentre l'Europa si impicca ancora a obiettivi impossibili; quand'anche li realizzasse, contribuirebbe in misura minima al raggiungimento di obiettivi globali compromessi dalle opposte scelte altrui; e nel frattempo – in una serie di settori decisivi tra cui l'automotive – decide volontariamente il proprio suicidio. La guerra fa il resto, e mostra chiaramente la follia di questo ecofondamentalismo. E allora? La ricetta di medio termine che Il Tempo propone è la più ragionevole: via il green deal, e invece serve un mix energetico equilibrato. Non dobbiamo dire no a nulla. Quindi: sì alle fonti fossili (petrolio e gas, diversificando i fornitori esteri, come si sta già facendo), sì al carbone (riattivando le nostre centrali), sì alle rinnovabili (ad esempio valorizzando l'eolico offshore), e soprattutto sì al nucleare come il governo ha positivamente deciso. Bisogna fare presto. Ps A proposito. L'America, attraverso il «fracking», una tecnica di perforazione delle rocce, estrae gas e petrolio in quantità enormi, tali da renderla non solo indipendente, ma addirittura gran venditrice. Insomma, si è messa al riparo da qualsiasi choc energetico. Per noi una mossa equivalente sarebbe stata l'adozione tempestiva del nucleare: per una via diversa, ci saremmo infatti resi indipendenti, come accade alla Francia (mentre la Germania è nella nostra stessa situazione). Ecco, sciaguratamente fu un referendum popolare nel 1987 a bloccare tutto, e 39 anni dopo stiamo qui a piangere su quella scelta catastrofica. Pensiamoci bene anche domenica, affinché la prossima riforma della giustizia non debba essere calendarizzata tra altri 39 anni.