L'alert del pm Fava sulla Procura di Roma mai affrontato dal Csm fino alla prescrizione

Cosa succede se un magistrato decide di rivolgersi al Consiglio superiore della magistratura per segnalare un'anomalia all'interno del suo ufficio? In teoria dovrebbe attivarsi un meccanismo di verifica capace di accertare rapidamente i fatti. In pratica nulla. La vicenda dell'esposto presentato dall'ex pm romano Stefano Rocco Fava è uno degli esempi più chiari di quanto possa diventare lungo e tortuoso il percorso di una segnalazione tra le stanze di Palazzo Bachelet. Dopo più di un anno di riunioni, richieste di atti, rinvii e cambi di relatore, la Prima Commissione del Csm, competente per la gestione degli esposti, non è arrivata ad alcuna decisione nel merito. La pratica si è chiusa con una semplice archiviazione per superamento dei termini. Un esito paradossale se si considera che il Csm è chiamato a vigilare sul corretto funzionamento degli uffici giudiziari. Per capire come si sia arrivati a questo punto bisogna tornare al 2 aprile 2019, quando Fava invia al Csm un esposto sulle modalità di gestione degli affari nella Procura di Roma. Dopo il passaggio al Comitato di presidenza, il 6 maggio la Commissione decide di aprire formalmente la pratica. Già nei primi passaggi emergono i rallentamenti: il 20 maggio il cd non è ancora arrivato e la Commissione invia un sollecito. Il 23 maggio viene fissata l'audizione di Fava per il 2 luglio, anche se non tutti i commissari sono favorevoli. Il 29 maggio esplode il caso Palamara. Le intercettazioni dell'ex presidente dell'Anm travolgono il Csm. Il 3 giugno la Commissione revoca l'audizione di Fava e dispone che il cd resti nella disponibilità della segreteria generale. Cambia il relatore. Il 2 luglio la documentazione viene finalmente esaminata ma la proposta di ascoltare Fava viene respinta. L'11 luglio Fava chiede il trasferimento dalla Procura di Roma e pochi giorni dopo ottiene il via libera per diventare giudice civile a Latina. La Commissione rinvia la sua audizione a settembre. Dopo la pausa estiva arrivano altri rinvii. Il 12 settembre si decide di attendere la chiusura delle indagini di Perugia. A dicembre viene concessa una proroga di tre mesi mentre cambiano anche gli equilibri interni: nuovo presidente e nuovo relatore. Nel 2020 interviene anche la pandemia. Il 15 giugno la pratica è ormai vicina alla scadenza e Fava non è mai stato ascoltato. Si scopre inoltre che dalla Procura di Roma non sono stati trasmessi tutti gli atti richiesti. Il 26 giugno 2020 arriva l'epilogo: la prescrizione cade sull'esposto e la pratica viene archiviata per superamento dei termini. Dopo più di venti riunioni il Csm non ha stabilito se la segnalazione fosse fondata oppure no. Se l'organo che dovrebbe garantire disciplina e tempestività non riesce a rispettare i tempi, diventa difficile pretendere rigore dal resto della magistratura. Come recita un vecchio adagio, l'esempio viene sempre dall'alto. E in questo caso non è dei migliori.