E’ la slavina prodiana, l’Ulivo sparpagliato alla prova del Referendum. Romano Prodi voterà “No”. Ma molti altri, protagonisti di quella stagione a vario livello, hanno deciso di supportare la riforma della Giustizia, rivendicando la “coerenza” della propria scelta . Paolo De Castro è stato europarlamentare Pd e soprattutto ministro con D’Alema e poi con Prodi. Dice al Foglio: “Voto Sì. E’ un’occasione storica”. Anche Andrea Papini, descritto nelle cronache di allora come prodiano di stretta osservanza e responsabile del programma dell’Unione, è favorevole alla legge Nordio: “Per riequilibrare accusa e difesa. E’ sempre stata la mia linea”. E poi c’è Marina Magistrelli, senatrice con l’Ulivo, prima ancora coordinatrice del movimento di Prodi. Perché vota sì? “Perché ci vivo dentro, faccio l’avvocato e vedo come sono se le relazioni all’interno delle procure”. Sono tornanti referendari. Forse il dilemma fra testo e contesto. Che oggi, sulla riforma della giustizia, divide il Pd. Oppure separa il leader dell’ultima vera esperienza di successo del centrosinistra, Romano Prodi, dai suoi più stretti collaboratori, dai suoi ministri. Due giorni fa è stato l’ideologo dell’Ulivo Arturo Parisi a iscriversi alla sinistra per il Sì. L’ex ministro della Difesa, lo ha spiegato, voterà a sostegno della riforma, pur tenendo conto dei limiti della legge e “contro i manicheismi morali”, “per una giustizia garantista” e per “dare continuità a un percorso aperto oramai trent’anni fa”. E’ in questo solco, grosso modo, che si colloca anche Paolo De Castro – ora presidente di Nomisma – che del professore di Bologna fu ministro dell’Agricoltura tra il 2006 e il 2008: “ Sono fedele alla scelte che come Pd abbiamo fatto tempo fa. E le ragioni sono semplici”. Quali sono? “Ritengo che sia importante avere un giudice terzo e per questo sono favorevole alla separazione delle carriere, oltre che all’istituzione dell’Alta corte per avere la possibilità che anche i magistrati siano giudicati, come tutti, per il loro lavoro”. Una proposta che in passato hanno avanzato anche esponenti del Nazareno. “Io non ho cambiato idea”, dice ancora De Castro, che oggi non ha più tessere di partito ma resta comunque legato alla sua area politica. “Non ho cambiato casacca – aggiunge prima di salutarci – chi vota No, lo fa per dare un segnale contro Giorgia Meloni ma così perdiamo un’occasione storica”. Un treno che neanche Andrea Papini, prodiano emiliano, vuole perdere. E’ stato esponente importante della Margherita e un ulivista in prima linea, “ma sono fuori dal 2008”. Perché voterà Sì? “Per riequilibrare accusa e difesa”, risponde convinto al Foglio, ricordando che “questa è stata sempre la linea che ho avuto io”. Secondo molti autorevoli commentatori è stata anche una storica battaglia della sinistra. “Non userei il termine battaglia. E poi parliamo di un’epoca in cui si usava il termine centrosinistra, senza trattino come dicevamo allora”. Oggi non più? Eppure l’Ulivo viene spesso richiamato, evocato ancora, come soluzione per l’opposizione. “Chiariamo una cosa: il Movimento 5 stelle non è né di sinistra, né di centro. Non c’entrano nulla. A oggi, all’attenzione del mondo politico, il tema dell’Ulivo non c’è più. E mentre Meloni, quando parla della sua parte politica, dice centrodestra, gli oppositori dicono sinistra. Così – conclude Papini con un messaggio al Nazareno – la partita è già persa”. Torniamo al referendum e a quei prodiani doc che domenica, o lunedì, voteranno in modo diverso dal professore. Marina Magistrelli , di professione avvocata, ci risponde al termine di un’udienza. “Ho appena finito”. Conferma: “Voterò sì. Perché ci vivo dentro, è il mio mestiere e so quali sono le relazioni all’interno delle procure”. E’ stata senatrice e deputata. Ha contribuito alla nascita della Margherita e poi del Pd. Ma prima è stata anche coordinatrice nazionale del movimento per l’Ulivo. La sua scelta tuttavia è dettata soprattutto dall’esperienza professionale e da certi meccanismi che vorrebbe diversi. Per questo sostiene la riforma. “Se i pm sono sullo stesso livello dei difensori tutto diventa più oggettivo. Ad Ancona, dove lavoro, i giudici del dibattimento sono più autonomi. Ma in altre situazioni non è così”. Perché invece la sinistra – ma anche importanti personalità con un passato nella Margherita – è così contraria? “Molti danno una lettura politica. Ma bisogna votare per quella che è la norma. Chi fa questo mestiere lo sa”.