L'ammucchiatina per il No alla riforma: piazza semi-vuota a Roma

Una piazza semi-vuota, metri di lenzuoli della pace per coprire i buchi e venti fasce tricolori distribuite all'ultimo secondo dagli organizzatori. È la sintesi perfetta di “Vota No”, la “grande” o meglio la “piccola ammucchiata” di Piazza del Popolo. Nel salotto cittadino abbondano i capelli bianchi e le chieriche, mentre scarseggiano i giovani, ormai rarità a certe latitudini. Ci sono, invece, i Pro Pal, gli attivisti dell'Unione delle comunità islamiche (Ucoii) e gruppi di extracomunitari, muniti per l'occasione di cappellino della Cgil. Dicono di essere arrivati «dal primo pomeriggio, dopo aver lasciato il cantiere» e quando gli chiediamo di separazione delle carriere e Csm, riferiscono: «Il panino c'è, la birra pure. Perché non ascoltare?». L'importante, in quest'agorà, è solo intonare “Bella Ciao” e sposare la causa di Gaza, uniche prerogative per confondersi fra i compagni di una volta, i soliti toscani ed emiliani che, anche stavolta, sono «partiti alle cinque per sposare la causa». Se Rifondazione Comunista spreme i limoni per farsi notare, i big di Pd, M5S e Avs arrivano solo quando si accendono i lampioni. Abbondano seconde linee e vecchie glorie. Per i dem, la regina dei selfie è la solita Rosy Bindi, mentre il Che Guevara del momento è il centrista Bruno Tabacci. Prima dell'arrivo dei leader, l'unico del Nazareno a farsi notare sotto il palco è l'eurodeputato Nicola Zingaretti che discute, per mezz'ora, con il segretario della Cgil. Tra le questioni affrontate non il sorteggio o l'Alta Corte Disciplinare, ma le prossime politiche. «A' bello – scherza l'ex governatore del Lazio con il sindacalista – ci dovete votare tutti. Neanche un voto a Giuseppi». Non passano, però, neanche sessanta minuti e va in scena il festival dell'ipocrisia. Schlein e Conte si abbracciano, come due ex fidanzati. «L'importante - dice l'ex premier sottovoce ai suoi - è apparire uniti». Parole che preoccupano, e non poco, Roberto Gualtieri, il quale ha bisogno della massima coesione per riconfermarsi nella sua Roma. Ecco perché la fascia tricolore, dopo aver meditato per un'ora nel gazebo, si prende la scena e tiene, di fatto, il suo primo comizio per le amministrative. «I sindaci – afferma – sono tutti da questa parte». Peccato che i primi cittadini non abbondano, come previsto dagli organizzatori. Nessuna mobilitazione, ma solo una ventina di amministratori poco noti, a cui viene data una fascia tricolore per salire in passerella. Più di qualcuno, anche in piazza, d'altronde, si chiede: «Cosa c'entrano i primi cittadini con la riforma della giustizia?». Ma in tali occasioni, come spiega l'addetta al palco, l'importante è che «tutto sembri bello e scenografico». Peccato che a rendere subito “brutto” il tutto ci siano le uscite poco felici dei protagonisti intervenuti. Basti pensare a quella del novello presentatore Massimo Cirri che apre la kermesse con una discutibile battuta nei confronti del Guardasigilli: «Sono le 17 e il ministro Nordio a quest'ora dà il meglio di sé». A cosa si riferisse? Ci va ancora più duro il segretario di Rifondazione Comunista, Maurizio Acerbo che, dopo l'ennesima gaffe del novello Carlo Conti, che lo scambia per l'ispiratore di Libera, grida: «Sembrare Don Ciotti è un onore, l'importante è non sembrare Dell'Utri». Anche in questo frangente non si capisce cosa ci sia da ridere. Non a caso, dietro le transenne, ci sono due giovani volontari impiegati per chiedere applausi. Non basta intonare l'intramontabile “C'è chi dice no” di Vasco o l'appello di Marisa Laurito alla Napoli di Sal Da Vinci per dare un po' di entusiasmo a quello, che qualche nostalgico del Pci, definisce il «funerale della sinistra». Nessuno crede all'ex premier Conte quando grida «noi al governo ci andremo», mentre più di qualcuno storce il naso mentre la prima inquilina del Nazareno rivela che «basta solo qualche voto per vincere il referendum». In questo frangente non è sufficiente neanche l'appello del sempre presente rappresentante dell'Anpi, Gianfranco Pagliarulo, che ipotizza un rischio per «i diritti conquistati sulle montagne dai partigiani», a scaldare gli animi. Neanche la lotta al sempre nominato «fascismo» infiamma la piazza. L'unico «Ancien Regime», per i progressisti capitolini, infatti, non è tanto quello denunciato dai 5 Stelle, ma un campo largo che, almeno in strada, ha difficoltà a essere riconosciuto dal suo stesso popolo.