Storace e l'autogol dei pro-No: volevano dividere il Paese, hanno spaccato la sinistra

Volevano dividere il Paese, alla fine un cortocircuito di dimensioni enormi sta invece spaccando la sinistra. Maledetto referendum, diranno alla fine. Perché ogni giorno pezzi che tradizionalmente stanno di là si posizionano di qua, a favore del si' alla consultazione sulla giustizia. Non è un cambio di casacca politica; più semplicemente la rivendicazione coerente di tesi che erano cavallo di battaglia di una sinistra garantista e che il No trascina nella bufera giustizialista. E i nomi fanno opinione, gli ultimi della serie si chiamano Antonio Polito, editorialista del Corriere della Sera, e David Parenzo, conduttore a La7. Vanno aggiornati i sondaggi... Il primo ne ha scritto sul suo giornale, il secondo si è confidato con Il Foglio. In entrambi i casi si può dire che il punto centrale è che il referendum sta mostrando una frattura non tra destra e sinistra, ma tra due culture: una visione più giustizialista, centrata sul ruolo della magistratura; una visione più garantista, centrata sull'equilibrio tra poteri e diritti individuali. Di Polito colpisce la tesi che più fa male ad una sinistra astiosa: il voto al referendum non dovrebbe essere usato pro o contro il governo, ma valutato sul contenuto della riforma. Perché un referendum costituzionale non è una pagella politica: «conta il testo della riforma, non chi l'ha proposta». E poi le considerazioni di merito che pesano in favore del Sì. Idem potremmo dire di David Parenzo. Il conduttore de L'aria che tira ha annunciato un «Sì» convinto sulla separazione delle carriere. Una scelta che il giornalista rivendica fermamente, con riferimento alla sua gioventù «socialista liberale». «E oggi penso sia fondamentale, dopo anni in cui se ne parla - ha dichiarato al Foglio - provare a fare una riforma sulla giustizia che serva a tutti. È una riforma trasversale, fatta da un ex magistrato: difficile pensare che si vogliano punire altri magistrati. Ecco, questo argomento portato dai detrattori mi pare sinceramente molto propagandistico. L'unica cosa che davvero non funziona è la campagna elettorale, e spero i cittadini sappiano entrare nel merito: chiunque sia stato almeno una volta in un'aula di tribunale capisce che c'è qualcosa che non funziona». E qui entra in campo la natura vera della consultazione referendaria: uno strumento che non serve a misurare la forza del governo in carica - visto che il sì è sostenuto anche da forze politiche come quella di Calenda e da personalità che certo non stanno con la Meloni- bensì il consenso popolare attorno alla riforma proposta. In questi ultimi giorni sono molti ormai gli esponenti «di sinistra» che non si fanno incasellare nel fronte del No che punta a conservare le incrostazioni di questa giustizia. Il cambiamento supera i tradizionali confini tra destra e sinistra, si apre alla trasversalità, offre un'opportunità concreta agli italiani. Se vogliamo, è davvero una pagina nuova che si sta aprendo nella politica italiana e pazienza per gli apparati che non lo hanno compreso, da quelli paleogiudiziari a quelli partitici. Tutto questo vuol dire che c'era proprio bisogno di un disegno riformatore che animasse il dibattito culturale prima ancora che politico e mettesse in discussione logiche passatiste anche in un versante delicato come quello della giustizia. La scelta referendaria apparirà finalmente come una rivoluzione democratica, coronata nelle urne dal popolo sovrano. Si pentirà solo chi ha demonizzato in maniera forsennata chi si è esposto per il cambiamento.