Il silenzio quirinalizio di Raffaele Fitto detto Raffaele “Zitto”

Roma . Strategicamente scomparso ma vivo e in buona forma. Ogni giorno Raffaele Fitto , Commissario europeo alla Coesione e alle Riforme, posta sui social un breve resoconto di incontri con sindaci e rappresentati territoriali dell’Unione. In italiano e in inglese. Il vero cuore di questi tweet è la foto, che diventa prova di esistenza in vita. Per il resto è lavoro e silenzio assoluto. Mai un’intervista, mai un talk tv, mai un collegamento volante, mai un passaggio nei tg, mai una clip sulla squadra del cuore. Una parola sul referendum della giustizia? Manco per idea. L’auto ghosting (sparire senza spiegazioni) di Fitto, questo nascondimento in bella vista (l’unica concessione alla schiavitù dell’immagine in epoca web) ha molte spiegazioni con due orizzonti ben definiti: la corsa per il Quirinale del 2029 e, collegato, il desiderio di far dimenticare di essere stato ministro del governo Meloni, almeno stando alla versione di alcuni esponenti della maggioranza. Raffaele “Zitto”. In verità, fin dagli inizi a Maglie, il paese di Moro, la carriera del commissario europeo è ispirata alla prudenza, alla regola del silenzio, alla consapevolezza che la vanità non è solo un peccato ma un’insidia politica, e aveva solo 19 anni. In un centrodestra di maschi pavoni applica da sempre la tecnica della scomparsa. Usata da maestri come Fanfani, che ogni tanto si ritirava nella natia Pieve Santo Stefano, Moro che sembrava spesso acciaccato (per finta), Andreotti che nelle rare volte in cui non era presidente del Consiglio o ministro si faceva nominare alla commissione Esteri della Camera, notoriamente il luogo più irraggiungibile del palazzo di Montecitorio e che conta centinaia di dispersi ancora in cerca dell’ascensore giusto. L’esilio prima del ritorno, la fuga mundi come netta separazione tra il passato e il futuro. L’assenza di Fitto dalla scena corrisponde invece a una disponibilità con quasi tutti a rispondere al cellulare, a spiegare anche ai giornalisti cosa succede a Bruxelles. Con una premessa: “Non faccio interviste e non parlo di FdI” . L’alibi regge: il commissario non si occupa dei partiti, delle questioni interne. Paolo Gentiloni faceva lo stesso, con qualche intervista in più e magari una battuta sul Pd nei momenti caldi. Lui neanche quello. La lunghissima carriera di Fitto (che solo nel 2029 compirà 60 anni) è fatta di vittorie, sconfitte, ribaltamenti di fronte, fondazione di partitini (uno si chiamava Conservatori e Riformisti, ossimoro che più Dc non si può), rotture clamorose (quella con Berlusconi) accompagnate da una breve “panchina” prima della resurrezione. Il tutto sempre sostenuto da valanghe di preferenze, e quello conta. Fitto non parla in pubblico ma comunica sempre con Giorgia Meloni, aggiorna i ministri competenti sul Pnrr, sul suo tavolo di vicepresidente esecutivo della Commissione Ue passano tutti i dossier caldi di cui informa Roma. Se sta prendendo le distanze dalla destra di governo, lo fa alla sua maniera. Senza farsi notare. Eppure è proprio questa assenza a renderlo immanente nella partita per la successione a Mattarella. Se nel prossimo Parlamento, quello che voterà per il Colle, ci sarà un equilibrio sostanziale tra gli schieramenti, sarà la pattuglia democristiana, vera o acquisita, a giocarsi il traguardo. Pier Ferdinando Casini, Guido Crosetto, Antonio Tajani, Paolo Gentiloni e lo stesso Fitto. I ministri di Difesa e Esteri sono troppo in trincea per stare nel mezzo, Gentiloni ha la “macchia” di essere stato premier del centrosinistra quindi quella è un’area dove oggi si colloca Casini, attivissimo in queste ore nel geolocalizzarsi proprio lì, e che a Fitto piacerebbe occupare. Per cui la sua natura silenziosa si sposa alla strategia della scomparsa nella strada tracciata da Fitto per l’oggi e per il domani. E l’unica traccia seminata sul referendum di domenica e lunedì è questa frase scritta in un esposto firmato con Francesco Paolo Sisto, avvocato e oggi viceministro: “Interesse vero è fare sì che per tutti i cittadini l’eventuale esperienza di contatto con il mondo della Giustizia Quotidiana non si trasformi in un incubo incontrollabile per violenza e crudeltà”. Ma risale al 2009, figuriamoci, è riferita a un aspetto del processo che lo riguardava finito con l’assoluzione.