Se l’Unione Europea con i suoi ipercerebrali euroburocrati fosse esistita nel 1956, Totò non avrebbe potuto recitare la superba scenetta con la metafora dello zucchero nel caffè nel film La banda degli onesti. L’Ue non c’era e andava ancora inventata. E a saperlo, l’avrebbero inventata meglio. Come sembrava perfetta la zuccheriera, creata da diversi secoli con diffusione planetaria e con straordinarie opere d’arte: per dolcificare le bevande bastava contare i cucchiaini. Poi una mattina in cui il caffè doveva essere o particolarmente amaro o non fatto all’italiana, qualcuno in un ufficio dimenticato dell’Unione, svegliandosi col piede sinistro, ha deciso che nei locali pubblici dovevano sparire zuccheriere, contenitori, dispenser, perché le dosi dovevano essere imbustate e sigillate in monoporzione. «Ce lo chiede l’igiene», venne detto nel 2004 in ossequio al principio «ce lo chiede l’Europa», e così passò in Italia il decreto legislativo 51 che recepiva la direttiva comunitaria 2001/111/CE. E così man mano apparvero bustine di carta impermeabilizzate con plastica e soprattutto di plastica per alimenti destinate non solo allo zucchero di barbabietola, ma anche alla maionese, al ketchup, al miele, alla senape, al sale e persino all’olio d’oliva. L’Europa chiedeva imponendo e gli europei obbedivano imprecando. Nel nome dell’igiene sparirono zuccheriere, oliere, saliere e acetiere in bar, ristoranti, taverne, ma quant’era chic usare i contenitori igienicamente corretti e con ampia varietà di scelta: raffinato, grezzo, di canna, di olive gran riserva, di fiori dell’Himalaya, cari surrogati chimici dai nomi suggestivi, condimenti da gran gourmet, tutti monodose e monoporzione. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46313967]] Che poi spesso metà del contenuto rimanesse appiccicato sulle pareti interne dei minicontenitori poco sembrava importare: meglio sprecare che rischiare la contaminazione ambientale. E che poi spesso il prezzo al peso per l’esercente e l’utilizzatore finale risultasse spropositato al valore della merce importava ancora di meno: meglio il bouquet di bustine colorate sul tavolo, che fa tanta allegria, della tristezza monocromatica dello zucchero da supermercato a fare capolino dietro al vetro o corazzato nell’acciaio. Al momento di sparecchiare, sui banconi e sui tavoli si ammonticchiavano le bustine, che già di loro avevano richiesto confezioni e imballaggi vari e costi di produzione. Ma l’Europa non può mica smentire sé stessa, perché il gusto vero del burocrate sta nel cambiare gli usi e poi spostare l’angolazione e rimetterli a posto. Una volta terminato di misurare i cetrioli e trovata la formula matematica di calcolo della curvatura delle banane, hanno scongelato il genio dell’Operazione zucchero & affini del 2001 e l’hanno rimesso all’opera, dandogli carta bianca (senza cloro) purché non riesumasse il comodo e pratico zucchero a zollette. Ed ecco il lampo di luce politicamente corretto che illumina le dodici stelle dell’Unione, le fa brillare e manda in fibrillazione i suoi cittadini: contrordine compagni (vale per tutti), le bustine non vanno più bene. Dopo oltre venti anni, e dopo venti anni si diceva, si sono accorti che i costi ambientali di produzione e smaltimento dei contenitori sono (sarebbero, potrebbero essere, è sicuro che siano) di molto superiori ai benefici igienici. Passato il Covid, insomma, si può tornare indietro: dal 12 agosto di quest’anno comincia ad applicarsi il nuovo regolamento sugli imballaggi (Ppwr) e dal I gennaio 2030 dovranno sparire le monoporzioni in plastica di zucchero, salse e affini. Il nastro torna indietro a Totò che affonda più volte il cucchiaino nella zuccheriera del bar e dolcifica il caffè cercando di spiegare come lo zucchero-capitale finisce sempre alla tazza-capitalista, e davanti a un attonito Peppino De Filippo che non capisce conclude: «Quelli come lei sono quelli che si fanno sempre mettere i piedi sulla testa». E non c’era ancora l’UE-Mary Poppins: basta un poco di zucchero e la pillola va giù. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46317849]]