Il Foglio
Al direttore - Guido Vitiello è abituato a scrivere pezzi perfetti, e anche quello di ieri lo era . Con un tris di omissioni perdonabili. Primo. Quando l’apprendista stregone che scrive questa lettera indossò per primo una toga in tv (Rai 3), senza ovviamente sapere che sarebbe stato imitato con ben altre intenzioni e conseguenze da Tonino Di Pietro qualche anno dopo, lo fece, sbagliando prospettiva per gola di ascolti, nell’intento paradossale di dimostrare che il processo televisivo era una farsa beffarda. E come ammisi nella prefazione al Soulez Larivière, non riuscii, con “Linea Rovente”, a dimostrare alcunché, i paradossi restano spesso appesi come caciocavalli, e nacque una moda perniciosa. Secondo. La trasmissione su Enzo Tortora di Rai 2, “Il Testimone”, fu preceduta da una lunga e non disutile battaglia garantista per Tortora, con la penna come strumento nel Corriere della Sera e altrove, cose che non amo ricordare né celebrare, con questa minuscola eccezione obbligata. Terzo. La trasmissione si concluse con Tortora che si collegò dal suo letto di morte (morì infatti qualche giorno dopo) e elevò contro alcuni degli “ospiti”, a futura memoria, l’accusa di essere degli “aguzzini” (ragione per la quale fui invano condotto a processo dagli stessi). Grazie per le precisazioni sul brutto della diretta. Con speciale cordialità per te e per Guido. Giuliano Ferrara Al direttore - Sono una di quelle accademiche italiane – poche, pochissime, nel nostro ambiente universitario storicamente ostile – che dal 1990 sostengono pubblicamente le ragioni di Israele. L’ho sempre fatto perché Israele era, ed è stata per decenni, l’unica democrazia compiuta del medio oriente: con una Corte suprema indipendente, una stampa libera e combattiva, minoranze arabe in Parlamento, una società civile capace di protestare rumorosamente contro i propri governi. Ho difeso quella realtà nei convegni, nelle aule, sulle pagine dei giornali, spesso in solitudine e talvolta con conseguenze. Ho sostenuto il diritto di Israele all’esistenza e alla sicurezza nei momenti più difficili – durante le Intifade, dopo ogni attentato, dopo il 7 ottobre 2023. Ecco perché quello che sta accadendo in queste ore mi brucia come un tradimento personale. Come ben sappiamo, il 20 maggio 2026, il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha pubblicato sui social un video che lo ritrae mentre deride e umilia gli arrestati della Global Sumud Flotilla. Gli attivisti – cittadini di decine di paesi, tra cui italiani e francesi – erano inginocchiati, con le mani legate. Ben-Gvir sventolava la bandiera israeliana, mentre dagli altoparlanti di bordo risuonava l’inno nazionale. Il titolo del video, scritto di suo pugno: “Così riceviamo i sostenitori del terrorismo. Benvenuti in Israele”. Mi chiedo: perché a Ben-Gvir non è parso logico farci vedere “cosa” trasportavano le navi? Pare infatti che non trasportassero aiuti, salvo le caramelle gettate in mare dagli stessi flotillanti. La Marina israeliana aveva condotto l’intercettazione della Flotilla in modo professionale, discreto, senza vittime. Lo stesso Netanyahu, prima della boutade di Ben-Gvir, aveva elogiato l’operazione riuscita, eseguita “con grande successo e con discrezione”. Un successo tattico e diplomatico. Poi è arrivato il ministro. Sempre il solito, quello del cappio per intenderci. E cosa ha fatto? Con quel video, Ben -Gvir non ha umiliato dei militanti pro Hamas. Gli ha regalato la vittoria mediatica e ha umiliato Israele. Lo ha detto persino il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar. Ha trasformato un’operazione di sicurezza legittima in uno spettacolo da bassa propaganda, consegnando alle televisioni di mezzo mondo esattamente le immagini che i nemici di Israele sognavano. Italia e Francia hanno convocato gli ambasciatori israeliani. Mentre l’ambasciatore americano Mike Huckabee – repubblicano, filoisraeliano di ferro, lontanissimo da qualsiasi sensibilità “progressista” – ha scritto che Ben-Gvir “ha tradito la dignità della sua nazione”. Netanyahu stesso, in quello che i media israeliani hanno descritto come una reprimenda insolita e rara all’interno della coalizione, ha preso le distanze: “Il modo in cui il ministro Ben-Gvir ha trattato gli attivisti della Flotilla non è in linea con i valori e le norme di Israele”. Esatto. Non è in linea. E questa è la tragedia. Perché Ben-Gvir non è in linea con la democrazia d’Israele: è un suprematista ebreo – la definizione non è mia, è del Times of Israel, che lo chiama senza giri di parole “Jewish supremacist” – che da anni persegue con coerenza un progetto politico estraneo alla tradizione democratica e laica dello stato ebraico. Vuole ricostruire il Tempio sul Monte del Tempio, spazzando via la Moschea di al-Aqsa. Pensa seriamente che gli ebrei israeliani del XXI secolo siano pronti a ripristinare i sacrifici animali e il pagamento delle decime al sacerdozio? La sua formazione politica, “Otzma Yehudit” (Potenza ebraica), è erede diretta del movimento di Meir Kahane, che persino il Congresso americano classificò come organizzazione terroristica. Questo è l’uomo a cui Netanyahu ha affidato la sicurezza interna di Israele. Capisco i calcoli politici. Capisco – non giustifico – la logica di coalizione che ha portato il primo ministro a tenere in vita un governo grazie ai voti di Ben-Gvir e di Smotrich. Ma le azioni di Netanyahu stanno virando verso l’autodistruzione. Quello che mi spaventa davvero, come studiosa, non è solo il danno diplomatico immediato. E’ la mutazione antropologica che questo governo sta operando sull’identità stessa di Israele. La democrazia israeliana era – e in larga parte ancora è – vivace, litigiosa, autoriflessiva. Una democrazia che sa criticarsi. Ma i fondamentali di quello stato sono oggi sotto pressione da più direzioni: la riforma giudiziaria che ha cercato di svuotare la Corte suprema, la gestione sempre più aggressiva e spettacolarizzata degli oppositori interni, la deriva verso un etnonazionalismo religioso che è profondamente estraneo all’ethos dei fondatori laici del sionismo – da Herzl a Ben Gurion, che avrebbero guardato a Ben-Gvir come a un incubo. C’è un’altra dimensione che talvolta si tende a sottovalutare: il rischio per l’ebraismo mondiale. Quando un ministro israeliano si comporta come Ben-Gvir, non danneggia solo Israele come stato. Alimenta l’antisemitismo globale, fornisce argomenti a chi vorrebbe identificare ogni ebreo della diaspora con le posizioni più estreme del governo di Gerusalemme. Gli ebrei italiani, francesi, britannici, americani pagano il prezzo di quelle immagini nelle università, nelle piazze, nelle relazioni sociali quotidiane. Il legame tra Israele e la diaspora ebraica mondiale è uno dei pilastri del sionismo: Ben-Gvir lo sta erodendo dall’interno, attirando su quel legame una luce sinistra che serve solo ai nemici di entrambi. Ben-Gvir non è un sionista: è un traditore del sionismo. Un traditore d’Israele e del popolo ebraico. Ho difeso Israele per trentacinque anni. Continuerò a farlo, perché Israele è infinitamente più grande di questo governo e perché la stragrande maggioranza degli israeliani – quelli che scendono in piazza, che scrivono sui giornali liberi, che servono nell’esercito con onore – condivide i valori che ho sempre sostenuto. Ma non posso tacere di fronte a un governo che sta facendo naufragare il paese per la follia di pochi, trascinando con sé la reputazione di un paese che merita molto di meglio. Mi si dirà: guarda a Guantánamo, guarda a Bolzaneto, guarda a cosa hanno fatto Hamas e Hezbollah. Giusto: Israele era superiore a tutto questo e ancora adesso lo è. Proprio per questo non deve prestare il fianco. Il problema non è la Flotilla: inutile e dannoso strumento di propaganda. Il problema è che Israele ha un ministro che considera la propria nazione come un mezzo per la sua vanità politica e che non disdegna di avvantaggiare la Flotilla per un video su Facebook. Oltre a un primo ministro che lo sa, lo vede, e non fa nulla. Ma no, questo non è Israele. Daniela Santus Ben-Gvir e Smotrich sono non solo due populisti, due sovranisti, due estremisti, due razzisti, due politici che meriterebbero di essere spazzati via dalla storia, e speriamo anche dalle urne. Ben-Gvir e Smotrich sono lo specchio perfetto di tutto quello che Israele non può permettersi di essere e che nonostante Ben-Gvir e Smotrich continuerà a non essere. Israele, come tutte le democrazie, imperfetta, e come tutte le democrazie, al suo interno, ha dei virus che la corrodono. Ma di fronte alle scene terribili, ingiustificabili, di Ben-Gvir ci sono due atteggiamenti possibili. Il primo atteggiamento è quello del “ve lo avevo detto”, ed è un atteggiamento tipico di chi fa di tutta un’erba un fascio, di chi cerca di dimostrare le proprie tesi, di chi sostiene che Israele non sia più una democrazia e che sia un paese dominato da estremisti molto simili a Hamas. Il secondo atteggiamento è quello di chi vede nella postura di Ben-Gvir un’anomalia del sistema, un virus da debellare, una negazione di quello che Israele è: una democrazia, l’unica del medio oriente, che difende se stessa, con i suoi eccessi e con i suoi doveri, e che difendendo se stessa, contro le minacce degli estremismi islamici, difende anche l’occidente. Il primo atteggiamento è quello di chi prova piacere nel vedere le scene di Ben-Gvir. Il secondo atteggiamento è quello di chi prova dolore. Ma a prescindere da quale atteggiamento si scelga in queste ore, il nostro sapete qual è, su un punto nella sua bellissima lettera mi sento di non essere d’accordo. Ben-Gvir è il male, e bene ha fatto l’Italia a chiedere all’Europa di sanzionarlo (un conto è lui, un altro è Israele). Ma chiunque utilizzerà i gesti vergognosi di Ben-Gvir per giustificare l’antisemitismo deve sapere che Ben-Gvir con l’antisemitismo non c’entra nulla. Perché l’antisemitismo, come Ben-Gvir, è un virus, che muta forma e che cerca solo pretesti per prendersi la scena. Ben-Gvir è il pretesto per non vergognarsi più di essere antisemita, non la causa dell’antisemitismo. Speriamo che gli elettori, in Israele, sappiano dare una lezione di democrazia ai nemici della libertà, che esistono purtroppo anche in Israele.
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