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Fare soldi restando indipendenti. La sfida di Bezos è sempre la stessa
Il Foglio

Fare soldi restando indipendenti. La sfida di Bezos è sempre la stessa

Possiamo realisticamente dubitare che Jeff Bezos abbia letto tutti i poderosi volumi di Adam Smith , ma certamente nell’intervista alla Cnbc con la quale ha surriscaldato la rete, ha rilanciato a modo suo uno dei detti più noti del fondatore dell’economia politica: “Non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che aspettiamo il nostro pranzo, ma dalla cura che essi hanno per il proprio interesse” , è scritto nella “Ricchezza delle nazioni”. “Se faccio bene il mio lavoro, il valore per la società proveniente dalle mie aziende che danno profitto sarà molto maggiore del bene che faccio con le mie donazioni caritatevoli”. Bezos dà miliardi di dollari in beneficenza e continuerà, ma “è facile farlo male”, aggiunge. “La domanda è se queste donazioni creano dipendenza o indipendenza”, quindi se aiutano davvero a uscire dalla trappola della povertà o se la riproducono sia pure in buona fede. Il creatore di Amazon si presenta non come magnate crapulone (e spesso lo è stato, come nel pacchiano matrimonio a Venezia), ma come alfiere dell’imprenditoria che difende il profitto quale molla fondamentale per accrescere la ricchezza delle persone, non solo delle nazioni. Perché allora licenzia e perché in particolare dal suo Washington Post ? Lo incalza Andrew Ross Sorkin. La risposta è la stessa: perché devono fare utili per stare in piedi ed essere indipendenti . Repressore della libertà e dell’indipendenza giornalistica? Al contrario,“il giornalismo investigativo è il cuore del giornalismo”, proclama e ricorda che il Post ha vinto il Pulitzer per le sue inchieste sul Doge. Lui non ha mai detto chi licenziare, ma di guardare ai dati: “Se la gente non ti compra è perché non fai un buon prodotto”. L’intervista ha toccato tutti i temi più controversi. Il piccolo grande Jeff, figlio di un immigrato cubano e di una ragazza madre, se la prende con il sindaco di New York, che vuole rendere il sistema fiscale più proporzionale tassando i ricchi. “Piuttosto, portiamo a zero le imposte federali sulla metà più povera della popolazione; oggi paga il 3 per cento del totale, i più ricchi l’un per cento, ma zero è meglio”, propone e aggiunge: “Potreste raddoppiare le mie tasse e non cambierebbe niente per un insegnante del Queens” , che guadagna tra i 69 mila e i 77 mila dollari se ha un master. Piccato, Zohran Mamdani ironizza: “Conosco alcuni insegnanti del Queens che la pensano diversamente”. L’intelligenza artificiale, dice Bezos, è “come scavare con un bulldozer invece che con una pala”, non distrugge l’occupazione, al contrario crea scarsità di posti di lavoro che saranno necessari per soddisfare i nuovi bisogni . Il vero senso dell’AI è risolvere meglio e più facilmente i problemi. Non c’è nessuna bolla, Bezos punta su una ricaduta positiva sulla produttività, anche se finora le maggiori ricerche dimostrano che non sta avvenendo; molti sostengono che accadrà, nessuno è in grado di dire quando. Lo stesso per le infrastrutture collocate nello Spazio (a cominciare dai mega data center). E’ possibile, ma è impossibile stabilire una data. Suscita sorpresa la sua affermazione che Donald Trump oggi è “più maturo e disciplinato che nel primo mandato” . Da quel che dice e quel che fa sembra proprio il contrario. Si sa che Bezos è entrato nel club trumpiano, anzi fa parte della corte del comandante in capo. Forse perché la nuova avventura spaziale è strettamente dipendente dai favori, dalle scelte, dai sostegni economici del governo. “Ho lavorato con tutti i presidenti e continuerò a farlo”, insiste. Non svela molto sul nuovo progetto chiamato Prometheus, un laboratorio per creare gli ingegneri della nuova èra AI. E ribadisce che “l’innovazione è la radice della civiltà”. Giunto a 62 anni, al culmine della sua ricchezza e del suo successo, il piccolo grande Jeff si presenta ancora come un giovane entusiasta che corre dietro a nuove avventure e accetta sfide sempre più ardue. Si può dissentire da molte sue posizioni, ma Amazon, per cui sarà sempre ricordato, nacque per rispondere a una domanda inevasa: fornire libri là dove non c’era nemmeno una libreria; grazie a internet e alla rivoluzione digitale lo ha reso possibile. Ha impiegato anni per avere successo, poi dal libro è arrivato a ribaltare l’intera distribuzione mercantile. Tuttavia sono stati gli ipermercati a rovinare il piccolo commercio, poi Amazon a sua volta ha messo in crisi i grandi centri commerciali fioriti nelle periferie. E adesso si riscopre la prossimità. Carrefour lo sa bene, tanto che dopo aver spazzato via molte botteghe, apre le sue nel cuore delle città. Bezos non è né un santo né un demonio, è un guru dell’innovazione dirompente che nella storia ha creato più di quanto abbia distrutto .

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