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L’indagine su Zapatero ripropone lo storico problema degli ex leader progressisti con il denaro | Collector
L’indagine su Zapatero ripropone lo storico problema degli ex leader progressisti con il denaro
Il Foglio

L’indagine su Zapatero ripropone lo storico problema degli ex leader progressisti con il denaro

Una delle preoccupazioni della sinistra, quando si appresta ad arrivare al potere, dovrebbe essere come sostentare il proprio leader una volta che avrà lasciato il palazzo di governo. Perché la ricerca dei soldi, dopo aver perso il potere, diventa la principale preoccupazione di molti leader progressisti, superiore ai valori (etici) che propagandavano in politica. L’ultimo caso è quello dell’ex premier socialista spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero, indagato per riciclaggio e traffico d’influenze. Il caso è quello del discusso salvataggio della compagnia aerea venezuelana Plus Ultra , un piccolo vettore con i conti già in dissesto, che però durante il Covid è stata considerata “strategica” e salvata dal governo Sánchez con un finanziamento di 53 milioni di euro. Secondo l’accusa, in mezzo c’è proprio l’attività di Zapatero , punto di riferimento del Psoe e uomo di fiducia di Sánchez. Per i giudici Zapatero è il capo di una struttura organizzata, orientata all’esercizio illecito dell’influenza davanti alle autorità nazionali, per ottenere decisioni amministrative e vantaggi economici in favore di terzi. E lo avrebbe fatto attraverso una serie di società, per conto delle quali fittiziamente svolgeva attività di consulenza, ma che in realtà servivano a schermare i pagamenti della sua attività illecita. Al telefono con un socio che parlava della possibilità di ottenere i soldi dal governo spagnolo, il presidente della compagnia Plus Ultra, Julio Martínez Sola, spiegava il ruolo di Zapatero in termini poco giuridici ma molto chiari: “Come dice un mio amico, andiamo a scopare anche se dovremo pagare un pochettino”. Come ogni professionista accorto, Zapatero avrebbe preso delle precauzioni per fare “sesso sicuro”: il preservativo di questo rapporto erano appunto delle società, di cui lui formalmente era un consulente, che avevano il semplice ruolo di prendere i soldi e distribuirli a Zapatero e a una società delle sue figlie, che formalmente impaginava i report del padre. In totale circa 2 milioni di euro versati a Zapatero e famigli, secondo l’analisi finanziaria dei giudici. Ma se questa operazione sia stata legale attività di lobbying o illegale traffico d’influenze verrà stabilito al termine di un processo, se ci sarà, comunque dopo aver ascoltato la versione dell’ex primo ministro. Il punto politico che emerge, però, è un altro. La vicinanza di Zapatero al regime venezuelano, che gli apre porte per molti affari, incluso il petrolio. L’inchiesta infatti nasce proprio da segnalazioni americane, svizzere e francesi sul riciclaggio di denaro a favore di persone vicine al regime chavista. E Zapatero in questi anni, mentre faceva soldi da intermediario finanziario con i venezuelani svolgeva anche il ruolo di intermediario politico con il regime di Maduro (ora della sua amica Delcy), un ruolo molto ambiguo e criticato dall’opposizione democratica. Basti pensare che Zapatero, presente a Caracas come “osservatore indipendente” alle ultime elezioni presidenziali, non ha detto una sola parola sui clamorosi brogli del regime. Non è qualcosa di singolare, dicevamo . Sono molti i capi di governo progressisti che hanno trasformato il prestigio accumulato nelle istituzioni democratiche in un capitale da vendere sul mercato delle autocrazie e dei regimi illiberali. E’ certamente noto il caso di Gerhard Schröder, il grande riformatore dell’economia tedesca finito al libro paga di Vladimir Putin che, non a caso, ora lo propone come mediatore europeo in Ucraina. Per stare all’Italia ha fatto molto discutere Matteo Renzi, asceso al potere sulla scia di Barack Obama e finito a decantare – generosamente ripagato per la sua prestazione da conferenziere – Mohammad bin Salman. Per non parlare di Massimo D’Alema, che da premier nel 1999 a Firenze voleva seguire la “Terza via” con Blair e Clinton e da consulente internazionale nel 2025 seguendo la “Via della seta” si è ritrovato a Pechino a celebrare la parata di Xi Jinping insieme a Putin, Kim Jong-un e Lukashenko. Perché questi regimi aprono sicuramente grandi opportunità professionali, ma chiedono sempre una certa riconoscenza. E quindi non si parla di democrazia, di brogli elettorali, di giornalisti fatti a pezzi e magari si fanno video celebrativi sui 100 anni del partito comunista cinese oppure lodi sul “Nuovo Rinascimento saudita”. Al di là della reputazione personale, il problema politico per la sinistra è che poi questi eventi producono sconcerto e disaffezione nell’elettorato. In Spagna il governo Sánchez rischia di cadere per lo scandalo prodotto da Zapatero. In Germania la Spd ha tentato di espellere Schröder per la vergogna. Peppe Provenzano, responsabile Esteri del Pd, qualche anno fa disse a proposito di D’Alema che “vedere ex leader della sinistra fare i lobbisti in grandi affari internazionali non è solo triste, dice molto sul perché le persone non si fidano”. Ma indignarsi non serve a nulla. La soluzione, per le forze di sinistra, è fare come Julio Martínez Sola: “Pagare un pochettino” i propri ex leader attraverso qualche incarico. Purché non si facciano pagare anche da altri.

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