Il Foglio
Abbiamo chiesto agli studenti universitari cosa pensano sui vizi della giustizia italiana svelati dal caso Garlasco. Qui sotto le migliori risposte. Scrivete anche voi, in duemila battute, a situa@ilfogli o.it . I migliori testi degli studenti universitari saranno pubblicati ( qui trovate tutti gli articoli degli studenti pubblicati in questi mesi ). Se non sei ancora iscritto a La Situa puoi farlo qui, ci vuole un minuto, è gratis . La mediaticità e il riflesso effettivo della tipicità della giurisdizione penale sono divisi per natura e fenomenologia pratica e dei suoi risvolti: sulle persone, sui riscontri del giudicato e sulla empatia sociale. Il presidio dell'assorbimento dell'eccesso, della causticità immanente ai risvolti dei mass-media sul pubblico vasto, è cogente e imposto ai direttorati che a tal proposito debbono salvaguardare le immagini, i nomi e le condotte accertate/abili o in corso di causa/giudizio. Le solennità dei ruoli, giornalistici e magistratuali (ed in particolare alla funzione difensiva di chi non è formalmente o sostanzialmente in causa), obbligano e circostanziano metodicamente la deontologia con l'efficacia pubblicitaria del caso. Se da una parte, il dovere precipuo è il rispetto delle norme di procedura penale e della prassi giurisprudenziale più accreditata; dall'altro l'unico obiettivo rimarcabile rimane quello di dare adito alle ipotesi e alle riflessioni dei periti, degli avvocati, dei coinvolti: quantunque eterodiretti, generici e suscettibili di sempre più confronto utile. Unico denominatore, è la serietà dei dati riportati e le garanzie di imparzialità, che soggiacciono sia a norme presidiate dalla Costituzione, sia dalla consapevolezza nel dare rimostranza a fatti e circostanze non acclarati. Nessun caso di cronaca deve risultare ontologicamente legato agli effetti del sindacato penale, né prima né dopo. Niente rileva nell'ambito di scelta quanto alle reali professionalità, alla serietà richiamata, in punto di sincronia con le menti e i personaggi chiamati di volta in volta al pubblico terzo/destinatario delle notizie; ma assume cognizione e piena percezione della meschinità, effimerità e inconferenza degli aspetti valoriali dell'informazione pubblica. Tra le diverse considerazioni possibili, la scelta di volta in volta perseguita dagli addetti professionali alla ricerca penale e giudiziaria del merito dei reati contestati e dei soggetti coinvolti, si rinviene il senso di equilibrio, sconfinamento da opinioni eterodosse e corso di causa del procedimento penale. Colpendo, ove si riprende questo sconfinamento, ciò che appare apoditticamente infondato, irrazionale e sganciato dal bilanciamento (doveroso, quando è mediatico) tra fatti accertati, empirismo scientifico e diritto d'opinione. In sintesi, ciò che deve assurgere a fondamento della campagna mediatica è l'equilibrio che segue il procedimento penale, le prove raccolte e la garanzia (di cui il pubblico ne richiede l'espletamento) di non confondere fatti "aliunde" oggetto di discussione e la sede giurisdizionale penale: il cui funzionamento tecnico e a "regole chiuse" rifugia dai para-scienticismi e constatazioni meramente personali. Mattia Maria Magno Università della Campania Premetto che il tema Garlasco, inteso come pagina di cronaca nera, è di scarso interesse sia per me che per, spero, buona parte della mia generazione. Probabilmente la cronaca nera non attecchisce sui giovani in quanto ben abituati all'oscuro ed all'osceno, colonne portanti dei contenuti social. Diversa importanza viene ricoperta dai processi mediatici che stanno lentamente erodendo la credibilità del concetto di giustizia in sé. I soliloqui, le improbabili ricerche online di Sempio sono state poste, purtroppo dai media nazionali, come incontestabili prove della sua colpevolezza - nonostante si tratti di comportamenti personali, non fatti. Quanto di noi si scambiano contenuti poco decorosi sulle chat del calcetto, quanti di noi fruiscono di materiali online che rasentano l'indecenza? Temo tutti, o quasi. E allora, pensare che le nostre piccole quotidiane perversioni o piú semplicemente devianze possano essere usate dai media per avvalorare una nostra presunta colpevolezza ci spaventa. Dal processo mediatico ai danni di Sempio fuoriesce un giustizialismo morale ed ipocrita dunque, che fa paura a tutti, in particolare ad una generazione come la mia, in cui chiunque - chi più, chi meno- ha qualcosa da nascondere. Il problema non nasce tuttavia dalla necessità dei media di vendere le proprie storie né dall'eccessivo e dannoso zelo dei magistrati ma parte proprio dal pubblico. Le storie di cronaca nera riprendono quell'istinto umano che necessita del sacrificio pubblico come principale fonte di purificazione interiore. Il sacrificio in questo caso, riprendendo Reneè Girard, viene proiettato sui teleschermi ciclicamente e aggiorna le proprie vittime sacrificali: prima Chiara Poggi, poi Stasi o Sempio, a seconda di chi il gran giurí mediatico designerá come colpevole. Sono fiducioso, tuttavia, che il garantismo ed il buon senso un giorno prevarranno e la sfera personale e privata potrà tornare ad essere tale grazie alle battaglie liberali a favore dell'imperfezione umana e della privacy e contro la cannibalizzazione mediatica, i processi mediatici sommari e la ricerca costante di un "capro espiatorio". Alessandro Squillaci studente magistrale Che lezioni ci dà Garlasco sugli abusi del processo mediatico? Considero il diritto di informare e di essere informati alla base della democrazia, ancora di più se si parla di fatti controversi. Nonostante questo, ogni trasmissione televisiva legata all’attualità non può ruotare intorno a Sempio; i giornali non possono affaccendarsi ogni giorno a stilare tutti i punti del delitto e non può essere condiviso un video realizzato con l’intelligenza artificiale che ricostruisce la presunta dinamica dell’omicidio, con vittima e carnefice compresi. Non può accadere ciò perché in questo modo l’ecosistema mediale diventa un’aula di tribunale, i giornalisti e gli spettatori giudici che si arrogano il compito di trasformare gli indagati in assassini, i sospetti in certezze. Questo caos genera una quantità enorme di informazioni, versioni e visioni diverse che si sovrappongono e si confondono tra loro, mentre ognuno combatte per convincere gli altri che la propria idea sia la più vicina a quanto realmente accaduto. L’attuale processo mediatico legato a Garlasco appare semplicemente come una storia che si ripete; la sola differenza è il protagonista: prima Stasi, ora Sempio; prima il “biondino dagli occhi di ghiaccio”, ora l’autore dei “soliloqui in macchina”. La riapertura del caso prova che, ancora una volta, all’opinione pubblica non interessa realmente di chi e di che cosa si sta parlando, l’importante è solo fare spettacolo. Come dimostra la storia, infatti, l’Italia si fa maestra nel genere dell’infotainment. E non è di certo un merito. Il problema dello spettacolarizzare casi di questo tipo sta, innanzitutto, nel mostrare una totale mancanza di rispetto nei confronti della famiglia della vittima, a testimonianza del crescente egoismo che caratterizza la società contemporanea. In secondo luogo, seguire le vicende come se fossero nuovi dettagli della nostra serie tv preferita, comporta un totale distaccamento dalla realtà e dal fatto principale: è stata tolta la possibilità di costruire il proprio futuro ad una ragazza di ventisei anni. Margherita Maria Giacani Università La Sapienza di Roma
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