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In Tunisia i militari scrivono a Saied: serviamo il paese, non te | Collector
In Tunisia i militari scrivono a Saied: serviamo il paese, non te
Il Foglio

In Tunisia i militari scrivono a Saied: serviamo il paese, non te

Per la prima volta dai tempi della Primavera araba le Forze armate tunisine intervengono nel dibattito politico nazionale con un comunicato, diffuso giovedì, ritenuto allarmante da più parti. Nel testo, dai toni fermi e rigorosi, il capo di stato maggiore Mohamed El Ghoul rivendica l’indipendenza e la neutralità dei militari. “Alla luce dei ripetuti tentativi di coinvolgere l’apparato militare e i suoi vertici in controversie”, l’esercito avverte che “rimarrà al servizio del supremo interesse della nazione”. Il messaggio è ambiguo ed è stato interpretato come un avvertimento, la conferma che anche per i militari la situazione del paese è critica. Sui social network e sui giornali ci si interroga sui motivi di un che hanno spinto i generali a intervenire. Il dibattito si è acceso sia per le parole inserite con estrema attenzione nel comunicato – il riferimento alle “tensioni” che vive il paese negli ultimi tempi – sia per quelle che non include. Per esempio, in nessun suo passaggio compare il nome del presidente Kais Saied e neppure si esprime lealtà alla presidenza. Piuttosto, si parla di un “esercito repubblicano fondato sulla disciplina” sottomesso solamente “alle leggi dello stato”. Per capire quanto sia insolito l’intervento delle Forze armate basta pensare che l’ultima volta era successo solamente durante le Primavere arabe. Nel 2011, l’allora capo di stato maggiore tunisino, il generale Rachid Ammar, si rifiutò pubblicamente di obbedire all’ordine del dittatore Ben Ali di sparare sui manifestanti. “Accettiamo di schierare soldati per calmare la situazione, ma l’esercito non spara sulla gente”, aveva dichiarato. Quel rifiuto, ancora oggi celebrato dai tunisini, contribuì ad accelerare la caduta del regime. Tempo dopo, girò con insistenza la voce di un contatto diretto avvenuto tra gli americani e lo stesso Ammar affinché il generale prendesse il potere per guidare la transizione democratica del paese. Vero o no, le cose andarono diversamente, ma le Forze armate sono sempre state considerate, anche dalla comunità internazionale, un elemento di stabilità in un paese turbolento. Anche per preservare questo ruolo di attore imparziale, da allora i militari sono tornati al loro tradizionale silenzio. Quando nel 2021 Saied prese il potere con un colpo di stato, i militari intervennero, convinti di dovere proteggere la Tunisia dal caos in cui versava dall’èra post rivoluzionaria. Chiusero le vie di accesso al Parlamento e facilitarono la transizione, ma persino in quel caso evitarono di di rilasciare dichiarazioni pubbliche. Oggi sembra che quel caos si stia riproponendo, con una crisi economica grave e una politica repressiva sempre più violenta nei confronti della società civile, con politici, sindacalisti, giornalisti e magistrati arrestati a ripetizione. Un autoritarismo che non ha lasciato immune nemmeno lo stato maggiore delle Forze armate. A ottobre dello scorso anno, Saied siglò un accordo bilaterale con l’Algeria, rimasta fino a oggi l’unico vero sponsor del presidente tunisino. Il testo non fu mai reso pubblico ma pare che tra le clausole dell’accordo ce ne fosse una che autorizzasse i soldati algerini a sconfinare fino a 50 chilometri in territorio tunisino per garantire la sicurezza. Abdelmadjid Tebboune, presidente algerino, negò la volontà di attivare la clausola, ma il silenzio di Saied ha lasciato che le voci sul vassallaggio di Tunisi rispetto ad Algeri montassero. Tra i motivi che hanno indotto i generali di Cartagine a rompere il loro tradizionale silenzio potrebbe esserci anche la volontà di mandare un messaggio a Saied e dirgli: non siamo al servizio dei tuoi giochi di potere.

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