Il Foglio
Kristof sul New York Times scrive che gli ebrei di Israele, maiali e scimmie per il losco mondo islamista che li circonda, addestrano i cani per stuprare i palestinesi. Il ministro Ben-Gvir crede di rispondere irridendo persone legate e inginocchiate sotto custodia dell’esercito. In questo bestiario della crudeltà, che le bestie da me conosciute giudicherebbero con una certa severità, nasce il problema politico di Netanyahu , capo di guerra abile e intransigente negli obiettivi sacrosanti che la situazione gli ha imposto, criminale di guerra per i benpensanti umanitari e gli antisemiti irriducibili, leader di una destra istituzionale alleata con una destra fanatica fino alla miserabilità, che gli ha consentito di sopravvivere nella tempesta del 7 ottobre. Avrebbe dovuto licenziare Ben-Gvir su due piedi, altro che “errore”, dopo avere giustamente intentato causa al columnist e Pulitzer di New York, altro che “errore”, ma il sistema politico e parlamentare israeliano e la condizione di guerra in corso non glielo hanno consentito . Ciò non toglie che la caccia al voto e alla maggioranza alla Knesset devono forzatamente essere rese compatibili non con la decenza, che alla fine è categoria moralistica, ma con l’estrema, intima, linearità dell’obiettivo finale che Netanyahu si è prefisso e che può ottenere solo con un dosaggio attento, dunque anche decente, delle sue alleanze interne e internazionali. Con gli erratici e i mascalzoni si può ottenere un pezzo, forse quello decisivo, del ridisegno a favore dello stato-guarnigione assediato degli ebrei. Forza, coesione e fortuna sono elementi cruciali di ogni grande impresa storica. C’è però un altro pezzo, altrettanto importante: sottrarsi alla condizione avvilente di chi umilia tutti gli altri, dal raccoglitore di olive palestinese in Cisgiordania, dove i coloni accanto ai loro diritti devono riconoscere dei doveri, ai diportisti flottiglieri amici degli amici di Hamas, detestabili propagandisti e piangina incorreggibili. Non so quale combinazione politica possa tirare fuori da questo imbroglio il progetto di Netanyahu, forse il salto della quaglia e una nuova alleanza conquistata al centro oppure la rivendicazione della vocazione maggioritaria del Likud, ma credo che il tempo di una linea rossa politica sia arrivato anche sull’onda dei sacrifici, dei successi e dei drammi infernali creati dall’indispensabile iniziativa militare contro il nemico assoluto e dai suoi costosissimi successi. Netanyahu è tutt’altro che uno stupido. Ha sulle spalle l’orrore della responsabilità politica diplomatica e militare, un peso che non so come un umano possa mai reggere, e per così tanto tempo. Deve applicare la regola durissima della politica come arte del possibile, eppure non dell’impossibile. L’ho osservato bene in un paio di occasioni a Roma, e non mi è sembrato nemmeno un uomo vanitoso e di potere nel senso tradizionale del termine . Disprezzo buona parte dei suoi odiatori professionali. Però questo problema di Israele, che vince in terra e in cielo ma perde nel mondo, per quanto fradicio di pregiudizio e di ideologia sia diventato il mondo di mezzo, il nostro accanito mondo della menzogna, è il suo problema, e mi auguro che lo sappia e sappia come affrontarlo.
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