Il Foglio
Il punto più basso della già misera relazione transatlantica è stato toccato il 6 giugno, in Normandia, alla celebrazione del D-day, quando ha preso la parola il segretario alla Difesa americano, Pete Hegseth, e per ricordare gli 82 anni da quando le forze alleate sbarcarono per liberare l’Europa dal nazismo ha detto: “Purtroppo oggi altre spiagge europee sono travolte da altre ideologie pericolose. Sulle spiagge della Spagna, dell’Italia, della Grecia e della Bulgaria arrivano barche e uomini: quando le capitali europee faranno qualcosa contro questa invasione?”. Così mentre gli anziani veterani ancora in vita guardavano la spiaggia, toccavano la sabbia, si commuovevano, ci ricordavano la loro impresa grazie alla quale siamo liberi, Hegseth ne approfittava per dare un altro becero colpo all’alleanza tra Europa e America. (Peduzzi segue nell’inserto VI) Il giorno successivo, domenica, a Londra, il premier britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, si sono incontrati con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky per discutere della collaborazione nella difesa dell’Ucraina e dell’Europa. Inizialmente la ragione dell’incontro era il rilancio del negoziato con la Russia, ma nel frattempo Vladimir Putin aveva già rifiutato la proposta di Zelensky di un incontro diretto: un “no” confermato da Sergei Lavrov ieri che ha detto che la diplomazia non interessa a nessuno, si vince o si perde sul campo di battaglia. L’unico frammento di diplomazia che è rimasto a parole è “lo spirito di Anchorage”, che non vuol dire niente se non: se la vedono Putin e il presidente americano Donald Trump. Il quale però si è sottratto e ha dichiarato: se la vedessero Putin e Zelensky tra di loro, non si sa se per noia o se per rassegnazione. Con tutto il rispetto per il presidente Trump, ha detto in un’intervista a Sky News Zelensky domenica sera, non è l’America che decide per il popolo ucraino – che è anche “la carta” migliore che il presidente ucraino dice di avere, giustamente – e così, di bluff in bluff, si torna all’Europa, al suo ruolo in Ucraina, alla sua autonomia nei confronti degli Stati Uniti diventati ostili. L’America trumpiana vuole che gli europei si difendano da soli: è come sempre una questione di soldi. Trump ha spesso detto di sentirsi defraudato dagli alleati della Nato che non si sono preoccupati di investire nella loro difesa e hanno sfruttato la generosità degli Stati Uniti, togliendo così dai loro conti il titolo di spesa più rilevante per la loro sicurezza. Ora basta, hanno detto i trumpiani, vi arrangiate, e per quanto i toni siano fastidiosi, per quanto l’impatto principale del disimpegno americano lo patiscono gli ucraini che sono sotto attacco dei russi da quattro anni e mezzo, l’effetto c’è stato, gli europei stanno spendendo molto di più in difesa (con non pochi problemi nelle opinioni pubbliche) e sono riusciti a compensare in Ucraina la fine delle forniture gratuite di armi degli americani. Ma l’esito di questo processo di indipendenza è che l’Europa non solo sarà più forte, ma sarà anche più unita e questo agli americani non va bene. Si spiega così la querelle sul “buy european” introdotto dagli europei nei progetti sulla difesa: ci difendiamo da soli e quindi ci riforniamo da soli. Quando l’America ha realizzato che questo significa che a lungo andare gli europei compreranno meno armi americane, ha iniziato a combattere il principio del “buy european”: gli europei devono essere autonomi, ma con le nostre armi. Questa dipendenza ancora una volta si misura in Ucraina, dove mancano le armi che gli ucraini non hanno ancora imparato a produrre e gli europei nemmeno: i sistemi Patriot, gli unici che possono intercettare i missili balistici di Putin. Allo stesso modo l’ossessività con cui gli americani denunciano il declino dell’Europa – e qui torna Hegseth e il suo osceno paragone in Normandia – serve a minare l’unità europea, alimentando le forze nazionaliste che possono distruggere il progetto europeo dal di dentro. Gli americani non vogliono pagare il conto della Nato e quindi della difesa collettiva ma allo stesso tempo puntano a infragilire l’Europa. Di fronte a questa contraddizione ancora una volta una via di salvezza la offre l’Ucraina. I russi non vogliono negoziare con gli europei e con Kyiv; Trump non tiene più tanto alla sua mediazione fallimentare con Putin; gli ucraini hanno trasformato il campo di battaglia, hanno svelato con una lettera aperta al presidente russo la menzogna del dialogo diretto, hanno riequilibrato il rapporto militare con gli europei (e con altri alleati americani, come i paesi del Golfo), diventando fornitori di tecnologia: è così che costruiscono il loro futuro, e il nostro europeo.
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