Il Foglio
“Ma cosi è proprio uno spezzatino!”. Il commento, raccolto a caldo ieri mattina dal Foglio nel quartier generale di Mps, che aveva appena ricevuto l’offerta pubblica di acquisto e scambio da parte di Intesa Sanpaolo , si è trasformato in serata in una nota diplomatica della banca guidata da Luigi Lovaglio: “Banca Mps procederà alla valutazione della proposta, non sollecitata, di potenziale operazione di aggregazione tra la Banca e Banco Bpm e dell’offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria promossa da Intesa Sanpaolo, non concordata”. Come per dire, non ce l’aspettavamo, ma valuteremo entrambe le iniziative. Anche il Mef di Giancarlo Giorgetti ha pesato le parole dicendo di avere preso atto di un’offerta che riconosce “la valorizzazione della banca risollevata da una posizione pre fallimentare”. Un modo per ricordare che grazie al salvataggio pubblico e all’azione di risanamento dei conti, fuori dal Monte si è fatta la fila di corteggiatori. Ovunque la reazione è stata di sorpresa. Che nel risiko bancario si stesse preparando un colpo grosso era nell’aria, ma nessuno poteva immaginare che lo scenario più probabile, cioè un’aggregazione tra Mps e Banco Bpm, operazione che in teoria dovrebbe essere gradita al governo Meloni, sarebbe all’improvviso apparso così poco realistico, perfino ingenuo, al cospetto della contromossa di Intesa. “Questa è un’operazione di mercato, non di potere”, hanno sottolineato sia il ceo di Intesa, Carlo Messina, che il numero uno di Unipol, Carlo Cimbri, nelle due conferenze stampa che si sono susseguite a Milano e in cui hanno ammesso di avere avuto delle interlocuzioni con Palazzo Chigi trovando, evidentemente, un clima favorevole per lanciare un’offerta che ha “una forte componente italiana”. Un riferimento neanche troppo velato alla presenza, considerata ingombrante in alcuni ambienti della maggioranza, della francese Crédit Agricole nel capitale del Banco Bpm, il quale domenica ha avanzato a Mps una proposta di “fusione alla pari” per la creazione di un campione nazionale da 50 miliardi di valore di Borsa. Messina ha paragonato l’iniziativa a una “lettera d’amore” rispetto alla sua offerta “reale”, che, mettendo sul piatto un’importante componente cash (3,5 miliardi), dovrebbe, a suo avviso, incontrare il favore anche dei grandi azionisti di Siena, come Caltagirone e Delfin. Questi ultimi, se accettassero, incasserebbero una plusvalenza ed entrerebbero nel capitale di Intesa convertendo le proprie partecipazioni detenute nel Monte. Anche Cimbri ha parlato della mossa della banca milanese verso il Mps come fatta da un “innamorato disperato”. Parole che non sono passate inosservate sull’asse Milano-Siena, dove da settimane si sviluppano contatti per costruire un terzo polo bancario italiano che tutt’oggi sarebbe una soluzione gradita al Mef. Ma il punto è proprio questo: quanto la politica potrà ancora influenzare la definizione degli assetti bancari italiani? A meno dell’arrivo di un cavaliere bianco, di cui per ora non si vede l’ombra all’orizzonte, la partita sul futuro di Mps, infatti, è a un bivio tra un’ipotesi (unione con Bpm) che è più di sistema e una operazione che ha una pura logica di mercato e di valorizzazione degli asset. Se l’offerta di Intesa andrà in porto, come appare probabile, la banca senese sarà, in effetti, spacchettata e ceduta in parte a Unipol che la fonderà con l’altra banca partecipata, Bper, dando vita a un nuovo gruppo creditizio che si chiamerà Mps e sarà, per impieghi e raccolta, la seconda banca italiana, prima di Unicredit (ragione per cui si specula in Borsa su possibili sue contromosse). Il tema è, piuttosto, chi guiderà il nuovo gruppo. Per quanto Cimbri abbia sottolineato di nutrire una “forte stima” per Lovaglio e non abbia escluso un confronto con lui nel breve termine, la scelta non è così scontata. “Lovaglio ha realizzato il suo lavoro ma non può essere considerato il futuro di quella banca per i prossimi cinque anni”, ha precisato il ceo di Intesa Sanpaolo. Messina ha deciso di scendere in campo quando ha capito che si è creata l’opportunità di superare i paletti antitrust che limitano la crescita dimensionale in Italia raggiungendo un accordo con Unipol per la suddivisione degli sportelli di Mps, e di portare a casa gli asset di Mediobanca che meglio si integrano con il modello di business di Intesa. Vale a dire le attività di wealth management e di advisoring, che sarebbero integrate nella divisione Banca Imi guidata da Mauro Micillo, oltre alla partecipazione del 13 per cento detenuta da Piazzetta Cuccia in Generali. “Non intendo intervenire nella gestione di Generali, né penso a presentare delle liste per il rinnovo dei vertici – ha spiegato Messina – Mi interessa la sua capacità di produrre utili e finché questi aumenteranno resterò fuori da questi meccanismi”. In fondo, però, pochi mesi fa, a febbraio, Messina aveva negato di voler fare operazioni in Italia: “Intesa Sanpaolo non entrerà in nessuna operazione di acquisizione o fusione in Italia, ma anche all’estero”, aveva detto il 4 febbraio. Anche su Generali, per intervenire, ci sarà tempo.
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