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L'Uruguay immaginario creato dall’inchiesta del Fatto su Minetti è in realtà la Svizzera del Sud America | Collector
L'Uruguay immaginario creato dall’inchiesta del Fatto su Minetti è in realtà la Svizzera del Sud America

L'Uruguay immaginario creato dall’inchiesta del Fatto su Minetti è in realtà la Svizzera del Sud America

Al di là delle accuse specifiche attribuite a Giuseppe Cipriani e Nicole Minetti, ritenute false dalla Procura generale di Milano e poi smentite dalla massaggiatrice uruguayana ritenuta la gola profonda del caso, ciò che sconcerta della ricostruzione del Fatto quotidiano è la descrizione dell’Uruguay, come di una sorta di porto franco per ricchi . Una sorta di isola dei pirati dove i miliardari possono fare tutto ciò che vogliono, potendo contare sulla copertura delle istituzioni. Festini con droga e prostitute, anche minorenni, che arrivano su jet privati evitando i controlli dell’ufficio immigrazione. Orfanotrofi e istituti per i minori che consegnano bambini al miglior offerente. Avvocati misteriosamente bruciati vivi perché forse si opponevano all’adozione di un bambino malato a ricchi stranieri in cerca di una giustificazione per ottenere una grazia in Italia. Massaggiatrici che subiscono molestie sessuali e che, sconvolte da quello che hanno visto, denunciano il malaffare ma poi sono costrette a ritrattare probabilmente per timore di minacce o ritorsioni. Ora spuntano anche due autisti, rigorosamente anonimi, che confermano di aver portato prostitute in un ranch e ora temono per la loro vita: “Non voglio finire in un fosso o incendiato”. La descrizione del cronista inviato a Punta del Este è quella di un postaccio che sembra la Colombia ai tempi di Pablo Escobar, dove un’importante testimone come la massaggiatrice Graciela è costretta a rimangiarsi tutto perché “è rimasta sola. In questo clima. Dove raccolgo conferme da gente che ha paura di morire ammazzata e teme di lasciare qualsiasi traccia”. Ma questa descrizione grottesca dell’Uruguay non corrisponde alla realtà di un paese che, da sempre, è considerato una sorta di Svizzera del Sud America. In tutti i ranking internazionali su pil pro capite, democrazia, stato di diritto, corruzione, libertà di stampa e libertà civili l’Uruguay si posiziona su livelli comparabili ai paesi dell’Unione europea e nettamente superiori alla media dell’America latina. Secondo il Democracy Index dell’Economist, che si basa su 60 indicatori che misurano pluralismo, libertà civili e funzionamento delle istituzioni, con un punteggio di 8,92 (su 10) l’Uruguay si classifica al 12esimo posto mondiale, davanti a molte consolidate democrazie occidentali (l’Italia è al 37esimo posto), ed è l’unico paese del Sud America a essere considerato una “piena democrazia”. Nell’ultimo report sulla “Libertà nel mondo” di Freedom House, l’Uruguay si colloca tra i primi posti al mondo (ed è il migliore in America latina) con 97 punti su 100: “L’Uruguay vanta una solida struttura di governo democratica storicamente consolidata e un’ottima reputazione in termini di tutela dei diritti politici e delle libertà civili, nonché di impegno per l’inclusione sociale”, scrive la ong, che attribuisce a Montevideo il massimo dei punteggi in voci come indipendenza della magistratura, trasparenza della pubblica amministrazione e garanzie contro la corruzione. A proposito di corruzione , nell’indice di Transparency International sulla percezione della corruzione l’Uruguay con 73 punti su 100 si colloca al 17esimo posto mondiale, risultando il migliore dell’America latina (l’Italia, invece, con 53 punti si colloca al 52esimo posto). Secondo invece il Rule of law index del World Justice Project, che misura appunto la qualità dello stato di diritto nel mondo – ovvero i limiti al potere governativo, l’assenza di corruzione, la trasparenza amministrativa, il rispetto dei diritti fondamentali, la sicurezza e il funzionamento della giustizia (tutti aspetti pesantemente messi in discussione dal Fatto quotidiano) – l’Uruguay si colloca al 23esimo posto globale e al primo nella sua regione (l’Italia, invece, è più indietro al 34esimo posto). L’idea che a Punta del Este un imprenditore come Giuseppe Cipriani possa avere le istituzioni a sua totale disposizione e godere di una impunità totale è davvero assurda. Non tanto perché il ristoratore italiano sia in Uruguay solo uno dei tanti ricchi, e di certo non uno dei più ricchi. Ma perché i veri ricchi che si sono trasferiti a Montevideo e dintorni – imprenditori con patrimoni miliardari come gli argentini Marcos Galperin (fondatore di Mercado libre, una sorta di Amazon latinoamericana) o Alejandro Bulgheroni (fondatore della società petrolifera Pan American Energy) o Eduardo Costantini (fondatore della società finanziaria Consultatio) – hanno scelto l’Uruguay non perché sia una terra senza legge, ma proprio perché è un paese dove non si pagano tasse elevate e soprattutto dove lo stato di diritto è meglio tutelato rispetto ai vicini. Dipingere l’Uruguay come un paese in cui ricchi occidentali possono andare tranquillamente a rubare i bambini dagli orfanotrofi, organizzare festini a base di droga e minori, bruciare avvocati, minacciare testimoni e far sparire in un fosso autisti è un’offesa verso il paese sudamericano e un cattivo servizio nei confronti dell’opinione pubblica italiana . Fa capire, meglio delle notizie false o delle presunte prove, quanto sia distorta e manipolata la visione del mondo alla base dell’inchiesta giornalistica sul caso Minetti. In fondo l’Uruguay è un paese dove si eleggono presidenti celebrati per il loro pedigree democratico come Pepe Mujica, non un posto dove si comanda con “plata o plomo” come in una serie narcos di Netflix.

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