Il Foglio
Nel calcio globale esistono immagini nate per consolare. La figurina Panini è una di queste: un piccolo rettangolo di carta adesiva dove l’infanzia impara la geografia, la memoria e l’attesa . Un volto, una maglia, una bandiera, un numero. Si compra, si scambia, si cerca. Mancano sempre le ultime, quelle che trasformano una collezione in un destino compiuto. In Messico, alla vigilia del Mondiale 2026, quel linguaggio tenero e universale è stato rovesciato. Alcuni collettivi di familiari dei desaparecidos hanno preso il formato delle figurine e lo hanno trasformato in un archivio dell’assenza . Non più attaccanti, portieri, capitani. Ma figli, fratelli, madri, padri, amici, persone inghiottite dalla violenza e dalla zona grigia in cui si incontrano cartelli, impunità e debolezza dello stato. Sono volti che non chiedono applausi, ma riconoscimento. Non chiedono di entrare in un album, ma di uscire dal buio. Il Messico è uno dei tre paesi ospitanti del Mondiale più grande di sempre, insieme a Stati Uniti e Canada. Quarantotto squadre, sedici città, una macchina commerciale gigantesca, il solito lessico Fifa sull’unità del mondo e sulla festa senza confini. Ma a Città del Messico, dove il torneo si aprirà nello stadio che per generazioni è stato l’Azteca, l’altra contabilità è più difficile da promuovere: secondo il Registro nazionale messicano, citato da Amnesty International, al 25 maggio 2026 le persone scomparse o non localizzate erano 134.460 . Più di uno stadio. Più di una folla. Una nazione parallela fatta di assenti. La parola desaparecidos apparteneva un tempo soprattutto al vocabolario delle dittature latinoamericane. Oggi, in Messico, racconta una forma contemporanea della sparizione: reclutamenti forzati, sequestri, omicidi, fosse clandestine, corpi bruciati o dissolti, famiglie costrette a diventare investigatrici, madri che cercano nei campi ciò che le istituzioni non trovano o non vogliono trovare. Le chiamano madres buscadoras : donne che hanno trasformato il lutto in metodo, il dolore in geografia e la memoria in pressione politica. Il Mondiale arriva dentro questa frattura. Da una parte, la vetrina: sponsor, televisioni, pacchetti turistici, cerimonie, sicurezza e retorica dell’inclusione. Dall’altra, una protesta che porta uno slogan semplice e terribile: “Non giocate con il nostro dolore”. È una frase che parla alla Fifa più di qualunque documento sui diritti umani, perché entra nel cuore del suo racconto. Il calcio contemporaneo vende appartenenza, ma spesso pretende che le ferite dei territori ospitanti restino fuori dall’inquadratura. Vuole gli stadi pieni, non le piazze piene di madri. Vuole i volti dei campioni, non quelli degli scomparsi. Eppure proprio la figurina rende impossibile la rimozione. Perché la figurina è il contrario dell’anonimato. È un’identità minima ma ostinata: nome, volto, squadra, provenienza. Applicata ai desaparecidos , diventa una piccola tecnologia della memoria. Dice che nessuno scompare davvero finché qualcuno continua a pronunciarne il nome. Dice che il calcio, quando attraversa un Paese ferito, non può limitarsi a illuminare i campioni e oscurare i morti.
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