Il Foglio
Che al ministero della Cultura non riescano a distinguere un 3 da un 8, passi: è risaputo che i funzionari hanno una certa esperienza e che, con l’esperienza, sovente arrivano i problemi alla vista. Che per questa ragione un dipinto del Trecento da mezzo milione sia stato esportato in Svizzera alla modica cifra di trentottomila euro, passi: in fondo l’Italia è piena di capolavori, anzi, ricorderete che qualche tempo fa sedeva alla Farnesina un uomo convinto che Italia e Francia possedessero ciascuna metà del patrimonio mondiale Unesco, quindi cosa sarà per queste menti eccelse un quadro in più o un quadro in meno? Che gli esperti incaricati di effettuare la perizia non siano stati in grado di individuare, di fianco alla data che forse era 1350 forse era 1850, a chi si riferisse la firma di Alfonso Martorelli Fiori, passi: chi lo aveva mai sentito nominare? Che sui social tutti adesso urlino allo scandalo perché era evidente che si trattasse di un capolavoro medievale, passi: in Italia veniamo abituati sin dalla più tenera infanzia a improvvisare durante le interrogazioni, quindi perché mai non fingere che l’intera popolazione della Penisola sarebbe stata in grado di riconoscere a colpo d’occhio la mano del Maestro del Battistero di Parma? E passi pure che lo Stato abbia cercato di correre ai ripari richiedendo l’annullamento della vendita, salvo farlo dopo che ne erano decorsi i termini legali: è un periodo in cui abbiamo altro per la testa. Ciò di cui tuttavia non riesco a capacitarmi è che l’amministrazione italiana abbia accusato la società elvetica di aver fornito informazioni false riguardo al quadro, dando la colpa agli altri anziché ammettere di aver letto male la data; e pazienza se i giornali riportano un caso identico avvenuto a gennaio col mancato riconoscimento e con la vendita di un autentico Vasari. Errare è umano, perseverare è italiano.
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