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Ben Gvir sbaglia: meglio le infradito dello stivale | Collector
Ben Gvir sbaglia: meglio le infradito dello stivale

Ben Gvir sbaglia: meglio le infradito dello stivale

Ha ragione il ministro israeliano Itamar Ben Gvir quando dice che da paese dello stivale siamo diventati la terra delle infradito . Che però, consentirà, non sono le flip flop di gomma con cui si presentò una volta una studentessa delle sue parti in Sapienza a discutere un voto che non le era piaciuto e fui costretta a metterla alla porta perché se io ti aspetto in ufficio indossando camicia e paio di scarpe, non è previsto che tu mi sieda davanti con il reggiseno dei bikini e un paio di jeans sventagliando qui e là le piante dei tuoi piedi sporchi. Ha ragione il ministro Ben-Gvir: abbiamo accettato molte cose, negli ultimi vent’anni, in nome dell’inclusione e del diritto di tutti alla comodità, oltre che all’eleganza, e in particolare abbiamo finto di non vedere, anzi ci siamo avvantaggiati, di una massiccia importazione di ciabatte di gomma da tutti i sud e i sud est del mondo dove in effetti fa un caldo umido micidiale e le scarpe chiuse appaiono un po’ quello che sono, cioè un orribile retaggio del colonialismo e di tutti i suoi derivati razzisti, come quella canzoncina che uscì nel 1947 e venne interpretata da Danny Kaye e pure Renzo Arbore ma insomma non si può sentire, il “Bingo Bango Bongo stare bene solo al Congo” che, come corollario e dettaglio, alla quarta strofa inseriva la faccenda delle scarpe: “No bono scarpe strette, saponette, treni e tassì”. Che poi, il ministro Ben-Gvir che porta con tanta nonchalance la kippah sulle ventitré e la cravatta slacciata per il caldo lo saprà benissimo, gli infradito che ci addebita come segno di mollezza non sono quelli mediorientali o sudamericani di gomma, che poi portano tutti e anche la bella ragazza che venne mandata a casa a rivestirsi qualche anno fa, ma quelli che noi dello stivale abbiamo importato, insieme con il gusto per la democrazia, dalla Grecia di Pericle , facendoli nostri in varie forme e per millenni fino a oggi, previo passaggio a Capri per opera di Ephy Caetani Lovatelli ai primi del Novecento, e che oggi vengono indossati con entusiasmo anche dalla cantante israeliana Noa, spesso animatrice del festival Capri Hollywood. È davvero difficile liberare noi stessi e il mondo dal gusto per gli infradito, il sandalo che più di ogni altro mette in mostra non solo chi sei, ma un po’ anche la tua genealogia , al contrario degli stivali che invece chiudono, comprimono, rimodellano, nascondono, talvolta troppo, lo sappiamo persino noi che viviamo in una penisola a forma di stivale e che per secoli abbiamo conteso alla Francia la migliore manifattura di stivali (ah, ministro, con i nostri “ronchettin”, creati del grande Ronchetti che teneva bottega in via Cerva a Milano i primi dell’Ottocento, abbiamo raddrizzato perfino l’andatura dell’eroe di Missolungi, George Byron, afflitto da zoppìa congenita, vede che sempre alla Grecia si torna). Gli stivali ci imbarazzano sempre un poco, con tutta la retorica del tacco e dei paesi schiacciati e degli speroni, insomma con tutta quella boria fascista e nazista che si portano dietro , anche quando sono femminili e col tacco, e anzi lì è peggio, perché una donna con lo stivale a tacco alto, non a caso sempre inevitabilmente definito “assassino”, si lambiscono quei territori che quando non fanno piangere sono sempre un po’ grotteschi. Molto, molto meglio le infradito ministro. Che non sono flip flop.

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