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Il silenzio sul bianco Nowak e il senso di colpa occidentale
Quotidiano Libero

Il silenzio sul bianco Nowak e il senso di colpa occidentale

J.D. Vance, il vicepresidente degli Stati Uniti, non gode di buona stampa in Europa ed è disprezzato forse ancor più di Donald Trump. Il motivo della preconcetta ostilità nei suoi confronti è molto semplice: Vance, che non è imprevedibile come Trump ma è persona razionale e misurata nella postura, si è assunto il compito di mettere le élite continentali di fronte alle loro contraddizioni e al fallimento delle loro politiche ispirate in buona parte ai dettami del “pensiero unico” progressista e politicamente corretto. La sua vuole essere una politica della parresia, come direbbero i greci, cioè del parlare netto, con franchezza, senza infingimenti o ipocrisie. Nel commentare su X la morte di uno studente inglese accoltellato da un emigrante, Vance ha scritto che egli «è morto come muore una civiltà: abbandonato, ammanettato da autorità che non Come dargli torto? Ricostruiamo i fatti. È il 3 dicembre dell’anno scorso quando Henry Nowak, uno studente universitario diciottenne di Southampton, mentre torna casa dopo una serata con gli amici, viene fermato e accoltellato con cinque colpi mortali al cuore e ai polmoni sferrati da Vickrum Singh Digwau, un cittadino britannico di radici indiane e fede sikh. Arrivati i poliziotti, l’assassino fa credere loro di avere agito per legittima difesa perché Nowak avrebbe voluto ucciderlo per motivi razziali. Gli agenti non hanno nessun dubbio, tanto che lo ammanettano non prestandogli nemmeno un soccorso adeguato, nonostante Nowak, mentre spira, faccia loro presente cosa sia effettivamente successo. Il processo, giunto a conclusione una settimana fa, ha però ristabilito la verità, anche grazie alle inequivocabili immagini filmate da una telecamera: il sikh è stato giudicato colpevole e condannato a più di venti anni di carcere. La vicenda, inquietante per sé come lo sono tutte le gratuite violenze compiute dagli emigranti di prima e seconda generazione contro i cittadini dei paesi europei che li ospitano, diventa ancor più inquietante per il comportamento avuto dai poliziotti. Il quale, come è evidente, non può considerarsi un caso, ma va ricondotto proprio alla sottocultura media che ha dominato in Occidente negli ultimi decenni, promossa dalle classi dirigenti e dai media. Per essa gli occidentali sono colpevoli in senso metafisico, cioè per principio, per la loro stessa storia che sarebbe fatta solo di soprusi e oppressioni, mentre gli emigranti sarebbero specularmente sempre vittime e comunque da “risarcire” per le nefandezze che i loro avi avrebbero subito. DIRITTO UNIVERSALE È chiaro che, in un siffatto ordine di discorso, si perde quella universalità del diritto, fondata sull’eguale dignità di tutti gli uomini, che è stata conquista di civiltà: tutti gli uomini sono uguali ma qualcuno è più uguale degli altri e a lui vanno concesse attenuanti e giustificazioni di ogni tipo di fronte a un comportamento illegale. Ne consegue che i poliziotti, da una parte, finiscono per avere le armi spuntate e siano sotto ricatto morale, facilmente accusabili di razzismo da opinioni pubbliche che si vorrebbero “illuminate”; dall’altra, sono anche loro impregnati di quella sottocultura woke che gli viene trasmessa persino attraverso corsi di formazione, di aggiornamento, comportamentali. Insomma, la civiltà occidentale, risulta oggi sotto il tiro di fuoco di due nemici: l’uno, rappresentato dalla pressione sul proprio territorio di altre culture, non assimilabili con la faciloneria con cui si è pensato finora di assimilarle, e l’altro, tutto interno, riconducibile a una mentalità fatta di sensi di colpa. Nowak, ha sottolineato Vance, «sarebbe ancora vivo oggi se le ultime generazioni di élite europee avessero tenuto testa alla politica dell’odio verso se stessi e all’invasione di massa di migranti, molti dei quali disprezzano l’Occidente e le persone che lo amano». Ed ha concluso: «È perché amiamo l’Occidente che vogliamo preservarlo». Programma non facile da realizzare, visto il punto a cui siamo arrivati almeno qui in Europa, ma sarebbe un crimine morale, prima che politico, non provarci.

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