IL TEMPO
«Occorre unità e fermezza per sconfiggere il ritorno dell'antisemitismo». È questa la visione di Lord Michael Howard, già leader del Conservative Party dal 2003 al 2005 (il primo di religione ebraica dopo Benjamin Disraeli), ministro dell'Interno, del lavoro e dell'ambiente nei governi di Margaret Thatcher e John Major. Come valuta la crescente ondata di antisemitismo in Europa? «È una situazione terribile e vergognosa, qualcosa che non avrei mai pensato di rivedere. I recenti attacchi a Londra devono essere un campanello d'allarme per governi e cittadini. Si può criticare Netanyahu e il suo governo, ma invocare una nuova Intifada è un'altra cosa: sono forme di odio antiebraico che non vanno tollerate. E tutti i partiti, dovrebbero combattere questa piaga». Da ex ministro dell'Interno, i governi europei stanno sottovalutando l'immigrazione? «Sì. Le preoccupazioni sull'immigrazione devono essere prese sul serio. Il mio partito, quando era al governo, non fu abbastanza consapevole dei pericoli. Lo stesso vale per l'attuale governo britannico e per molti governi europei. Occorre un approccio più consapevole sul controllo dei flussi migratori». I conservatori dovrebbero inseguire la destra di Farage o tornare all'anima one-nation? «È una falsa alternativa. L'essenza del conservatorismo è promuovere politiche utili all'intera nazione: per questo tutti i conservatori dovrebbero potersi definire one-nation. Il Partito Conservatore deve proporre ciò che è giusto per il Paese, non ciò che serve a conquistare voti. Per questo occorre seguire l'interesse del Paese su questioni chiave come sicurezza, crescita e difesa con pragmatismo senza cedere ad inutili dogmatismi. È questo lo spirito dei conservatori e il principio che guida l'attuale leader Kemi Badenoch». Da promotore del Leave, come valuta la Brexit, a dieci anni dal referendum? «Ci furono numerosi errori sin da subito. I negoziati sotto Theresa May furono gestiti male: l'Unione Europea fu efficace, il governo britannico molto meno. Molti problemi derivano da lì. Detto questo, dal 2016 o dal 2019 l'economia britannica è cresciuta più di quella tedesca e circa come quelle italiana e francese. Quindi chi sostiene che la Brexit abbia distrutto l'economia britannica, secondo me, sbaglia. I negoziati potevano essere migliori e dovremmo sfruttare di più le libertà ottenute, ma non bisogna tornare indietro rispetto al referendum. Ciononostante credo sia fondamentale costruire solidi e più forti rapporti con i nostri amici europei». Su quali aspetti serve più cooperazione? «Soprattutto sulla difesa. Non possiamo più fare affidamento sugli Stati Uniti per la nostra sicurezza. Le nazioni europee devono cooperare strettamente per difendersi dalla minaccia russa. Questo non significa annullare la Brexit o rientrare nell'Unione Europea, ma lavorare con urgenza insieme ai nostri vicini. Difendere il Paese è il primo dovere di ogni governo». Che ruolo dovrebbe avere il Regno Unito nel nuovo contesto globale? «Il Regno Unito deve collaborare con Paesi che condividono valori e obiettivi simili. Mark Carney ha detto bene che nazioni di media dimensione come Canada, Regno Unito, Italia, Francia e Germania possono fare molto di più insieme che separatamente. Anche se per raggiungere questo scopo non serve una struttura rigida come l'Unione Europea: esistono molti modi migliori per cooperare». Quale futuro per Starmer? «Bisognerà vedere quanto il risultato del voto aumenterà la pressione sul suo esecutivo. Credo però che sia molto improbabile che guiderà il Labour fino alle prossime politiche, anche se nel suo partito è più difficile rimuovere un leader». La Gran Bretagna deve riscoprire politiche law and order? «Sì, soprattutto dopo i terribili eventi nelle strade di Londra. Il ministro ombra della Giustizia presenterà presto proposte interessanti. Serve però più pragmatismo per difendere la sicurezza dei cittadini». Come valuta il governo Meloni? «Da osservatore esterno mi sembra che stia andando piuttosto bene. Ha avuto qualche problema, ma ha dato all'Italia una stabilità positiva. Non seguo la politica italiana da vicino come chi vive nel Paese, ma il mio giudizio è favorevole». Qual è il futuro del conservatorismo britannico? «Bisogna guardare al lungo periodo. Oggi abbiamo cinque partiti competitivi, non più due grandi partiti dominanti. Reform è avanti, ma il vantaggio si è ridotto e può non durare. Le prossime elezioni sono difficili da prevedere, ma è possibile che i Conservatori vincano. In ogni caso sopravvivranno. Abbiamo governato in anni difficilissimi, tra Covid, guerra in Ucraina e altre crisi. Abbiamo pagato il prezzo di quel periodo e non sempre abbiamo preso le decisioni giuste. Ma non ho dubbi che ci riprenderemo e torneremo a governare. Perché il conservatorismo britannico è la quintessenza del nostro spirito nazionale».
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