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Cala il rischio povertà e le condizioni di vita migliorano, dice l'Istat
Il Foglio

Cala il rischio povertà e le condizioni di vita migliorano, dice l'Istat

È una buona notizia, per questo se ne parla poco. Nel 2025 la popolazione a rischio povertà o esclusione sociale è scesa al 22,6 per cento, contro il 23,1 per cento del 2024 . Lo ha comunicato l'Istat nel suo nuovo report sulle condizioni di vita e reddito delle famiglie (relativo al biennio 2024-2025), secondo cui circa 13 milioni e 265mila persone si trovano in almeno una delle tre condizioni che l'istituto utilizza per calcolare il fenomeno: rischio povertà,  grave deprivazione materiale e sociale e bassa intensità di lavoro. Nella prima c'è chiunque viva in una famiglia con un reddito netto equivalente inferiore a 13.237 euro: parliamo di 10 milioni 908mila individui in totale, sostanzialmente in linea con i dati del 2023. In lieve aumento (5,2 per cento dal 4,6 per cento del 2024) è invece la quota di popolazione in condizione di grave deprivazione materiale e sociale, cioè di coloro che presentano almeno sette dei 13 segnali di deprivazione individuati dal nuovo indicatore Europa 2030, come ad esempio incapacità di affrontare spese impreviste, pagare l'affitto o un pasto adeguato. In termini assoluti, nel 2025, si trovano in tale condizione più di 3 milioni di individui. Anche la vitalità del mercato del lavoro nello scorso biennio ha lasciato un segno positivo. Per questo si è ridotta la quota di chi vive in famiglie a bassa intensità di lavoro, cioè nuclei i cui componenti tra i 18 e i 64 anni nel corso dell'anno precedente hanno mediamente lavorato meno di un quinto del tempo in cui avrebbero potuto farlo: condizione che coinvolge circa 3 milioni e 873mila persone, l'8,2 per cento (contro il 9,2 del 2024). Secondo l'Istat, la diminuzione di questa componente è legata alla crescita dell'occupazione osservata nel corso dell'anno , in particolare nel centro (5,5 per cento dal 7,8 per cento) e anche nel nord-est (2,8 per cento dal 4,3 per cento). Il rischio è ben più alto nel Mezzogiorno (38,4 per cento), pur riducendosi di quasi un punto percentuale dall'anno precedente. Dietro a questo, c'è anche l'impulso positivo che arriva dalle politiche di decontribuzione per i lavoratori e dalla riduzione dell'aliquota Irpef, nota l'Istituto di statistica. Di sicuro il reddito medio annuo delle famiglie si è irrobustito: nel 2024 ammonta a 39.501 euro, in crescita sul 2023 sia in termini nominali (+5,3 per cento) che reali (+4,1 per cento) . E va di pari passo con la riduzione della disuguaglianza nella distribuzione. Se si dividono gli individui in cinque gruppi, emerge infatti che l’ammontare di reddito percepito dal 20 per cento delle famiglie più ricche è 5,1 volte quello percepito dal 20 per cento delle famiglie con i redditi più bassi. Non più 5,5 volte come nel 2023. Tradotto: la discrepanza è alta, ma sta migliorando . Nel complesso, per tutte le tipologie familiari si osserva una diminuzione del rischio di povertà o esclusione sociale tra il 2024 e il 2025. Fra queste, l'incidenza è più bassa per chi vive in coppia senza figli, ma rimane contenuta anche per chi ne ha uno (17,4 per cento) o due (20,6), entrambi ben al di sotto della media nazionale del 22,6 per cento. Il rischio cresce per le famiglie più numerose, anche se le misure di sostegno a cui hanno avuto accesso hanno fatto sì che il pericolo di indigenza calasse dal 34,8 per cento del 2024 al 30,6 per cento del 2025. Dati positivi per un paese che nel 2025 ha toccato un nuovo minimo di nascite (-3,9 per cento sul 2024). Chiaramente, la situazione non è del tutto rosea . I redditi familiari in termini reali sono ancora il 4,9 per cento più bassi rispetto al 2007. In questa fascia di anni a soffrire di più sono state le famiglie che vivono grazie al reddito da lavoro autonomo (-13,4 per cento) o dipendente (-6,3 per cento), al contrario di quelle che si sostentano grazie a pensioni e trasferimenti pubblici, che hanno goduto di un incremento del 6,6 per cento. Ma se è vero che lo spettro della povertà lavorativa nel 2025 coinvolge il 10,2 per cento degli occupati tra i 18 e i 64 anni, consola almeno che il dato sia in lievemente in calo rispetto al 10,3 per cento del 2024. In questa platea, però, le donne presentano un rischio di povertà lavorativa nettamente inferiore a quello degli uomini (8,2 per cento contro l'11,7 per cento), nonostante abbiano una maggiore probabilità di avere un lavoro a basso reddito. Alla fine dei conti, le questioni da risolvere sono ancora tante. Ma la base su cui lavorare è più robusta di quanto non sembri.

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