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Perché la globalizzazione non sarà sconvolta neppure dall’Iran
Il Foglio

Perché la globalizzazione non sarà sconvolta neppure dall’Iran

L’Unione europea evoca lo spettro del 1979 e invita a risparmiare gas, petrolio (soprattutto diesel) e a rimpolpare le riserve strategiche. Esagera? Magari un pò, ma se non facesse nulla l’accuserebbero di ignavia. Andy Haldane ex capo economista della Banca d’Inghilterra racconta che cosa succede quando si scontrano l’onda finanziaria e quella geopolitica, proprio ciò che sta avvenendo adesso. Non è il caos propriamente detto, ma quella che gli statistici chiamano curtosi, un indice raffigurato da una curva con una gobba al centro che può diventare sempre più appuntita, aumentando il rischio di eventi estremi. Paul Krugman rilancia la tesi di Dani Rodrik sulla iper-globalizzazione, un eccessivo allungamento delle catene produttive e commerciali; è bastata la rottura di un anello, in questo caso lo stretto di Hormuz, per far precipitare tutto . Quel che vediamo in questi giorni gli dà ragione, ma un raggio di speranza arriva da Martin Wolf: l’economia globale si è dimostrata più resiliente (e più robusta) di quanto potessimo immaginare, ha scritto sul Financial Times citando l’ultimo rapporto McKinsey sul commercio mondiale. In realtà si riferisce non alla guerra in Iran, ma alla guerra dei dazi esplosa lo scorso anno, rilanciata di nuovo da Donald Trump. L’interruzione dei flussi di merci e soprattutto di gas&oil non poteva essere ancora analizzata dalla società di consulenza . Tuttavia quel che colpisce è l’aggettivo globale. Perché la globalizzazione che tutti davano per morta è ancora viva e lotta insieme a noi, leccandosi le ferite, cambiando spesso direzione, ma senza tornare all’era oscura del protezionismo come negli anni 30. Quanto al terremoto energetico durerà ancora a lungo, lo ha ammesso anche Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia , e avrà un impatto quanto meno a medio periodo che potrebbe persino essere positivo. In fondo negli anni 80 la crisi ha indotto un aumento dell’efficienza produttiva, un cambio del mix energetico nell’industria e nei consumi domestici, un risparmio tale che oggi ci vuole il 70 per cento in meno di petrolio per ogni euro di prodotto lordo. Gufi di tutto il mondo, svegliatevi . Il rapporto McKinsey descrive come sono mutati i flussi commerciali, alcuni in modo permanente come i rapporti tra Usa e Cina , altri in modo temporaneo come acquistare in anticipo per coprirsi dai rincari delle tariffe, altri ancora un po’ l’uno un po’ l’altro come nel caso del boom dell’intelligenza artificiale. Tutti processi che hanno nello stesso tempo un impatto sulla finanzia e sull’economia reale (le due onde di Haldane). Ma emerge un dato interessante, non nuovo anche se per lo più trascurato: Stati Uniti e Cina rappresentano il 25 per cento del commercio mondiale, l’altro 75 per cento sta andando per proprio conto e ha preso altre strade . Gli Usa hanno trovato chi può rimpiazzare i prodotti cinesi (tranne le auto), mentre la Cina ha esportato di più verso altre aree a cominciare dai paesi del sud est asiatico. Ancor più rilevante è l’irrilevanza (scusate il gioco di parole) delle importazioni americane che rappresentano appena il 14 per cento. Il resto del mondo a cominciare dalla Cina e dall’Europa, le due grandi aeree esportatrici, posso farne a meno? Non esattamente. In primo luogo per il “privilegio del dollaro” retaggio della vittoria nella seconda guerra mondiale e fondato sulla potenza industriale e militare. Petrolio e gas si pagano in biglietti verdi anche grazie all’accordo tra Usa e Arabia saudita all’indomani della seconda crisi petrolifera, quella scatenata dalla rivoluzione iraniana, rimasto segreto fino a pochi anni fa. Né l’euro né (tanto meno) lo yuan sono attualmente delle vere alternative. Non solo, gli Stati Uniti sono grandi esportatori di finanza, alta tecnologia, armi, insomma di Wall Street, della Silicon Valley e del Pentagono non si può fare a meno. Non ancora. Le minacce di abbandonare la Nato saranno anche smargiassate trumpiane, però non vanno sottovalutate. La globalizzazione sopravvive e non è morta nemmeno l’Organizzazione mondiale del commercio, sia pur ricoperta di ferite . Il protezionismo sta provocando “una grande quantità di rovine” scrive Wolf citando Adam Smith, ma le porte aperte negli anni 90 non si sono chiuse e hanno portato alla ribalta soggetti e nazioni che un tempo sopravvivevano a malapena. “Lo sfruttamento del mercato mondiale ha dato un’impronta cosmopolitica alla produzione e al consumo di tutti i paesi”, e questo nel 1848, quando Karl Marx scriveva il suo Manifesto, figurarsi oggi.

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