Il Foglio
Cos’è la cosa sporca di cui non fa fino parlare, di cui tutti dicono che bisognerebbe farne a meno, e nessuno può, o ha davvero voglia di fare a meno? Gli americani lo chiamano oil. Gli iraniani nafta. Noi petrolio. Quel che noi chiamiamo benzina, gli americani lo chiamano gas. Il nostro gasolio per loro è diesel. Per combinazione, Naphta si chiama, nella Montagna incantata di Thomas Mann, il personaggio estremista, l’ex gesuita, rivoluzionario e al tempo stesso reazionario, che preannuncia la catastrofe del mondo occidentale. Ciascuno ha la sua idea di fine del mondo. Per Donald Trump l’aumento dei prezzi del petrolio non è mai stata la fine del mondo. “Gli Stati uniti sono, di gran lunga, il maggiore produttore di petrolio al mondo. Cosa per cui, quando salgono i prezzi del petrolio, noi ci facciamo un sacco di soldi”. Col caro-petrolio non tutti ci perdono. C’è anche chi ci guadagna, e moltissimo. Hanno calcolato che le compagnie petrolifere statunitensi farebbero 60 miliardi di dollari di extra profitti se il prezzo si mantenesse per tutto quest’anno sui 100 dollari. Figuriamoci se balzasse oltre. Le grandi europee sono messe peggio. Ma anche la francese Total ha fatto sapere che il rialzo dei prezzi “più che compensa le perdite di produzione nel medio oriente”. Tra chi ci guadagna ci sono, paradossalmente, tutti i “cattivi”. Ci guadagnano (per quanto possa sembrare assurdo) gli ayatollah e i pasdaran. Anche grazie al solo aumento del greggio, senza nemmeno contare il pedaggio sulle navi che passano da Hormuz. Ci guadagna Putin. Ci guadagna, indirettamente, persino il maggior danneggiato presunto, la Cina. Grazie all’aver pensato a tempo a fonti alternative. Potrebbero essere i primi ad arrivare alla fusione nucleare. Ma per i presidenti americani l’aumento del prezzo della benzina ai distributori è sempre stato un annuncio certo di disgrazia. Da due dollari e mezzo al gallone, ora è balzata oltre quattro dollari al gallone (in alcuni stati a oltre cinque). Il tasso di approvazione dei presidenti americani si è sempre mosso in modo inversamente proporzionale ai prezzi alla pompa di benzina. Il consenso a Jimmy Carter durante la grande crisi petrolifera del 1979 era sceso sotto il 30 per cento. Gli era costata la rielezione alla Casa Bianca. Gli alti tassi di approvazione di Ronald Reagan erano dovuti anche al basso costo della benzina. George W. Bush, apparentemente vittorioso in Afghanistan e in Iraq, se l’era vista brutta quando nel 2008 i prezzi balzarono all’equivalente (tenuto conto dell’inflazione) di sei dollari di oggi (e infatti nel 2008 fu eletto presidente Barack Obama). A Trump di Hormuz e conseguenze non gli potrebbe importare di meno (“è un problema per gli europei, pensino loro a cavarsi d’impiccio”). Ma se il caro benzina gli fa perdere le elezioni di mid-term potrebbe essere per lui un guaio irreparabile. Ragion per cui è pronto a dichiarare comunque vittoria incondizionata. Sostenere di aver fatto scope, primiera e settebello, con o senza cambio di regime in Iran, con o senza soluzione finale del problema del nucleare. Non resa incondizionata, ma vittoria senza condizioni. Senza nemmeno la condizione che a Teheran si dicano d’accordo o meno su chi ha vinto. La benzina, l’automobile, i giganteschi camion fieri delle loro cromature, la strada infinita su cui muoversi per tornare a casa nei suburbia o spostarsi e muovere merci da un capo all’altro del paese sono sempre stati l’America, da un secolo e passa a questa parte. Così come nel secolo precedente, quando ancora non sorgevano le foreste di pozzi petroliferi, lo erano state le ferrovie e le carovane dirette a Ovest. Così come le autobahnen, le prime autostrade, e la Volkswagen, erano state, negli anni Trenta, l’esordio del Terzo Reich di Hitler. Eppure il petrolio è ineffabile. Non c’è poesia del petrolio. Non se ne parla o scrive volentieri. La pubblicità per il petrolio, anche la più brillante ed estrosa, ha sempre avuto qualcosa di goffo. Il petrolio non ha mai dato vita a un’epopea paragonabile a quella del West selvaggio. Amitav Ghosh, scrittore indiano di lingua inglese di tutto rispetto, ha sostenuto, in un celebre saggio di fine anni Novanta su The New Republic, che non esiste grande letteratura, letteratura degna di questo nome, sul petrolio. Sì, c’è un’infinità di libri, anche di romanzi, in cui si parla di petrolio. Ma il petrolio non ha epica, non ha poesia. In effetti, persino quando un libro si intitola Petrolio, come l’ultimo romanzo, incompiuto, a cui stava lavorando Pier Paolo Pasolini, in realtà parla d’altro, di molte cose, di complotti e macchinazioni, di misteri (a cui si sono aggiunti quelli sulla sua morte), ma non di petrolio. Eppure il petrolio è ineffabile. Non c’è poesia del petrolio. Non se ne parla o scrive volentieri. La pubblicità per il petrolio, anche la più brillante ed estrosa, ha sempre avuto qualcosa di goffo. Il petrolio non ha mai dato vita a un’epopea paragonabile a quella del West selvaggio Ghosh esagera. Vero, non c’è un poema nazionale che canti l’esplorazione di petrolio come i Lusiadi di Camoes cantavano le scoperte delle vie delle spezie da parte dei grandi navigatori portoghesi. Non c’è un romanzo-mondo come il Moby Dick che Melville aveva dedicato alla caccia allo spermaceti, il “seme di balena”, la materia prima ricavata dalla testa dei capodogli con la quale si illuminava la notte in Occidente prima che ci fossero lampade al petrolio o elettriche. Non c’è un genere a sé come il western. Il petrolio è ben presente sugli scaffali, e soprattutto al cinema. Avevo otto anni quando vidi per la prima volta Le salaire de la peur di Clouzot (del 1953), che narra in bianco e nero la vicenda di una squadra di camionisti reclutati per trasportare la nitroglicerina che dovrebbe servire a spegnere, privandolo di ossigeno con l’esplosione, un pozzo petrolifero in fiamme nel bel mezzo della giungla. Ne avevo dieci quando vidi, a colori, l’epopea texana Il gigante, con Elizabeth Taylor, e un giovanissimo John Dean che diventa miliardario quando, sul pezzetto di terra arido che gli hanno dato per sfregio, spruzza fuori un liquido nero, vischioso e maleodorante. Ne avevo quasi ottanta quando sono andato al cinema a vedere Killers of the flower moon di Scorsese, in cui i cattivissimi Leonardo DiCaprio e Robert De Niro, in combutta fra loro, ammazzano gli indiani Seminole per rubargli i pozzi che li hanno resi ricchi. Oil! di Upton Sinclair non è certo Guerra e pace. Ma il romanzo americano degli anni ‘30 parla certamente di petrolio. Non lo rileggeva più quasi nessuno da un secolo a questa parte. E’ tornato in auge grazie a un remake cinematografico del 2007, Oil!, There Will be Blood, di Paul Thomas Anderson (non Wes), titolo italiano Il petroliere. Upton Sinclair era autore molto politicamente impegnato, molto di sinistra. Si dichiarava socialista. Il successo letterario lo doveva all’altrettanto datato The Jungle, sulle malefatte del capitalismo selvaggio nei macelli di Chicago di inizi Novecento. Nel 1933 si era candidato alle elezioni a governatore della California con un programma all’insegna del “Porre fine alla povertà in California” (Epic, End Poverty in California), i cui punti salienti erano far stampare moneta per creare inflazione, mettere fine al controllo privato del credito facendo fallire i banchieri e mettendo i disoccupati a lavorare in colonie gestite dallo stato. Aveva stravinto le primarie democratiche, con più voti di quanti ne avesse presi il candidato vincitore delle primarie repubblicane. Era critico da sinistra del New Deal di Roosevelt, che accusava di voler “arricchire la classe dei capitalisti”. Per fortuna sua, di Roosevelt, del New Deal, e della California, alle elezioni vere e proprie, nell’agosto 1934 era stato sonoramente battuto dall’avversario repubblicano, Frank Merriam. Si era rifatto pubblicando un altro libro in cui dava la colpa della sconfitta alla “propaganda falsa” e alla montagna di soldi messi in campo dagli avversari. Ghosh esagera nel sostenere che la grande letteratura non tratta di petrolio. Ma non ha torto nell’osservare che di petrolio in genere si parla e si scrive sottovoce, come se si scrivesse di qualcosa di osceno, come vergognandosene, come turandosi il naso. Il petrolio, a differenza del denaro, è maleodorante. E’ sporco. Puzza di fatto e in metafora. Puzza di inquinamento, di guerre, di intrighi e prepotenza internazionali, di manovre sporche e complotti schifosi. E’ fonte di crisi e di instabilità economica. E’ maledetto. Crea assuefazione. Porta male anche – si potrebbe dire soprattutto – a chi ne trova e lo possiede. Come l’oro nell’antico mito di re Mida, che morì di fame perché aveva chiesto e ottenuto il dono di trasformare in oro tutto quello che toccava. C’è un intero genere di saggistica dedicata alla “maledizione da petrolio”, al mito dell’infelicità degli stati un tempo poveri e felici, che si sono trasformati in inferni da quando hanno scoperto di essere ricchi di oro nero. Petrolio chiama guerra. Guerra per impadronirsi del petrolio altrui. Ma soprattutto guerra civile, per impadronirsi del petrolio di casa propria e dei suoi proventi. Uno studio ormai classico di due economisti della Banca mondiale, Paul Collier e Anke Hoeffler, analizzava 78 guerre civili, dal 1960 alla fine secolo scorso, per concludere che i conflitti sono dovuti soprattutto all’emergere di nuove opportunità. Ci si accapiglia perché ci sono risorse da sfruttare, da accaparrare, di cui appropriarsi. Anche per risorse di là da venire, come in Sudan o in Chad. Petrolio e ricchezze minerarie continuano a essere la maledizione dell’Africa. Gli stati ricchi di petrolio li chiamano “stati rentier” o “stati patrimoniali”. Il vecchio Adam Smith, il padre dell’economia politica, esaltava la spinta propulsiva degli “spiriti animali” del capitalismo, le virtù del profitto. Deprecava la rendita terriera. Così spiegava la differenza di traiettorie tra la sua Inghilterra della rivoluzione industriale e il declino invece della Spagna. Ciascuno vuole la propria parte di bottino o di rendita. A scapito dei gruppi e delle cordate rivali. E questo spiega anche perché l’essere ricchi di petrolio sia strettamente associato all’essere poveri di democrazia. I petro-stati in genere sono dittature feroci. Per impedire che ci si scanni, ci vuole una mano di ferro. La Libia aveva retto a lungo sotto il tallone di Gheddafi. Caduto il tiranno è passata ad uno stato di guerra civile permanente. Il petrolio non ha favorito tranquillità, pace e sviluppo in Nigeria. E nemmeno in Venezuela. In Iran lo Scià sperperava il petrolio per sostenere privilegi odiosi. Gli ayatollah l’hanno usato, per quasi mezzo secolo, per creare e sostenere una classe di ex diseredati divenuti nuovi privilegiati, i pasdaran e i basij. Le monarchie del Golfo non sono certo modelli di democrazia. C’è chi vorrebbe farle passare come modelli di modernità. E sembrava quasi avessero inventato un nuovo tipo di prosperità, una formula magica per lo sviluppo. Finché l’amico Trump ha deciso di fargli vedere i sorci verdi. Per non dire della Russia, autocrazia fondata sul petrolio e sul gas, nonché sui missili e le testate nucleari. E’ col petrolio che distribuisce prebende, paga gli apparati. E’ col petrolio che finanzia e propaganda la guerra in Ucraina, e distribuisce prebende ai fedeli. Il comunismo sovietico si fondava sulla Nomenklatura di partito. Stalin aveva spiegato al bulgaro, e forse un tantino ingenuo, capo del Comintern, Dimitrov, che tutto reggeva sul sostegno dei quadri intermedi, non dei massimi dirigenti, tranquillamente eliminabili. Putin fonda il proprio potere sui siloviki, ex compagni dei servizi, messi a capo dei colossi del petrolio russo, dopo aver eliminato oligarchi indisciplinati e possibili rivali. Negli stati patrimoniali antichi e medievali, lo stato era appannaggio, una sorta di proprietà privata del signore, o del sovrano, della sua famiglia e dei suoi vassalli. C’è chi ha coniato il concetto di neo-patrimonialismo a proposito degli stati africani in cui l’autorità pubblica si confonde con gli interessi e la proprietà privata di chi detiene l’autorità politica. Peggio: con la sua corte, i suoi funzionari, i suoi apparati polizieschi, i suoi clienti. Il potere si identifica con la capacità di disporre delle risorse pubbliche, con la facoltà di allocare le risorse secondo il proprio interesse privato e quello della propria famiglia e dei propri clienti. Strategia politica e interesse privato si confondono, o addirittura si identificano. Stato patrimoniale di tipo nuovo è l’America di Trump, dove pubblico e privato, servizio pubblico e affari di famiglia si confondono nel governo, nella diplomazia, persino nelle scelte di guerra o pace. Per non dire della Russia, autocrazia fondata sul petrolio e sul gas, nonché sui missili e le testate nucleari. E’ col petrolio che distribuisce prebende, paga gli apparati. E’ col petrolio che finanzia e propaganda la guerra in Ucraina, e distribuisce prebende ai fedeli Un istante Trump annuncia che la guerra sta per finire, anzi è già finita. Il momento dopo dice che sta per martellare l’Iran all’età della pietra. E petrolio e borse vanno su, e poi riprecipitano giù. Pare che col solo zig zag di alti e bassi seguiti agli annunci contraddittori, Donald Trump, parenti, cognati, amici e soci abbiano guadagnato in tasca propria quanto gli altri ci hanno perso. Maledetto petrolio, che punisce chi ce l’ha. Ma anche di più chi non ce l’ha. Come recitava l’indimenticabile battuta della pupa del gangster in Giungla d’asfalto di Fritz Lang del 1953 (niente a che fare con la Giungla di Upton Sinclair): “Sono stata povera e sono stata ricca. Credimi: essere ricchi è meglio”. Sembrava che in questo secolo ci si avviasse finalmente a farne a meno. E invece basta il minimo accenno alla possibilità che scarseggi perché il mondo intero entri nel panico, ne schizzino i prezzi alle stelle. Lo odiamo. Ma non appena rischia di mancare ci accorgiamo che non possiamo farne a meno. E, anziché approfittarne per disintossicarci, anziché darsi da fare per passare ad altro, si corre a farne scorta, si premiano i pusher. Così come non possiamo fare a meno delle altre materie prime, del commercio, del denaro, della rapina delle risorse altrui, delle armi e di molte altre porcherie. Senza petrolio il nostro mondo non funzionerebbe. Non avremmo plastica e buona parte della farmaceutica, non ci sarebbe nemmeno l’inchiostro con cui si stampano le pagine che leggete. Non posso vivere né con te né senza di te, potremmo dire del petrolio con Orazio. Potremmo limitare i danni. Ma anche questo sembra diventato impossibile. Logica del mercato, logica del capitale, vorrebbe che i costi crescenti, gli incidenti di percorso come le guerre in Ucraina e nel medio oriente, spingano a scommettere su fonti alternative, rinnovabili. A dipendere gradualmente il meno possibile dagli idrocarburi. L’Europa pareva avesse iniziato a muoversi in questa direzione. Perché conviene. Non solo per ragioni morali. E invece: contrordine compagni. Nessuno scommette più sulla fine dell’auto a benzina nel giro di questa generazione. La priorità è tornata a essere accaparrarsi gas e petrolio. La presidenza Trump in America ha messo fine alla ricerca di fonti di energia alternative. Anzi, le ha penalizzate. Al “Drill, baby Drill!” (Trivella, Baby, trivella!) si è aggiunta la chiusura forzata degli impianti eolici. Del clima non gliene frega più nulla. Dobbiamo proprio imitarlo? Non importa che il petrolio torni a farsi vedere nella veste peggiore. La più brutta e repellente, quella originaria, che pareva un retaggio di tempi passati, remoti. “Se il denaro viene al mondo con una voglia di sangue sulla guancia, il capitale viene al mondo grondante sangue e sudiciume da tutti i pori, dalla testa ai piedi”, scriveva l’ottocentesco Karl Marx nel penultimo capitolo del suo ponderoso Das Capital. Era un uomo del suo Ottocento. Amava l’impressionismo delle immagini letterarie. La sua era una constatazione. Nessuno si sognerebbe di fare a meno del denaro e del capitale. Ma il ritorno agli orrori originari magari anche no.
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