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Le riforme della giustizia necessarie e possibili dopo il referendum
Il Foglio

Le riforme della giustizia necessarie e possibili dopo il referendum

Lo tsunami del referendum è passato, ma resta qualche interrogativo in più sulle tante criticità del servizio-giustizia, variamente emerse in questi mesi di dibattito referendario. Serve un confronto tra governo, magistratura e avvocatura sui necessari aggiustamenti per rimettere al centro la funzionalità del processo, penale e civile, aspetti negletti e trascurati nei lunghi mesi della campagna referendaria. Si può ripartire dai punti presentati dall’Anm nell’incontro col governo il 5 marzo 2025: questione organici, revisione della geografia giudiziaria, emergenza carceri e altro . La necessità di voltare pagina e tornare ad occuparsi dei problemi reali della giustizia sono state espresse dal neopresidente dell’Anm, Giuseppe Tango , a riprova di una idea diffusa tra i magistrati, a prescindere dalle appartenenze culturali, di abbandonare il clima di contrapposizione per tornare al dialogo istituzionale. Un magistrato di grande esperienza come Giuseppe Santalucia ha ribadito che la magistratura dovrà pensare non solo ai 15 milioni di No, ma e soprattutto ai 12 milioni di Sì, ovvero a chi ha espresso col voto un estremo disagio per la qualità del servizio-giustizia e per far risaltare le sue gravi criticità anche di tipo professionale e culturale, come ad esempio un non sempre adeguato distacco del giudicante nelle indagini preliminari tale da consentire una più equa ed equilibrata funzione di filtro. Tuttavia, il prossimo avvio del giudice cautelare collegiale, con evidenti rischi di paralisi, rischia di far ripartire in salita il tema dell’efficienza degli uffici giudiziari penali, laddove un monitoraggio preliminare dell’impatto avrebbe suggerito maggiore cautela, magari provvedendo prima all’adeguamento degli organici nei tribunali più piccoli, o almeno a un loro accorpamento. Altrettanto grave è la situazione dei funzionari Upp (Ufficio per il processo), la cui implementazione prevista dal Pnrr ha consentito di abbattere gli arretrati . Ora la prevista assunzione a tempo indeterminato prevede che i funzionari transitino nei ruoli amministrativi tout court, con ciò decretando di fatto la fine dell’Upp e degli ottimi risultati ottenuti, e quindi nuovi rischi di incrementare gli arretrati e allungare i tempi. Altri problemi sono connessi alla mai veramente risolta condizione lavorativa della magistratura onoraria, bistrattata e negletta sin dai tempi dei ministeri Orlando/Bonafede, nonostante la quasi integralità della giurisdizione monocratica penale si regga, soprattutto dal versante delle procure, sulle loro spalle. La stabilizzazione monca dei ministeri Cartabia e Nordio non ha risolto molti problemi legati al loro utilizzo, tanto che sono tutt’ora in piedi numerosi contenziosi in sede nazionale ed europea (ferie, malattia, legge 104, etc.). Soprattutto non vengono stabilite “norme di ingaggio” chiare e limiti certi ai capi di ufficio, tanto che in alcuni uffici di procura si prevedono per i Vpo compiti e mansioni amministrativi in chiaro (e al contempo occulto), demansionamento delle loro prerogative e professionalità. Vedremo quanto l’attuale ministero Nordio/Sisto, e per sua competenza il Csm, vorranno impegnarsi sul tema per evitare ulteriori contenziosi. E poi ci sono le criticità culturali, evocate spesso dal fronte del Sì : le perplessità sulla professionalità del pm, in alcuni casi poco garantista e troppo incline e prossimo agli input della polizia giudiziaria; analoghe censure hanno riguardato il gip, asseritamente troppo sbilanciato sul pm e sulle sue istanze più invasive (intercettazioni, richieste cautelari, etc.). Temi che potrebbero essere affrontati non ipotizzando separazioni di carriere, ma prevedendo un rafforzamento della cultura giurisdizionale del pm, ad esempio prevedendo che si possano svolgere le funzioni di pm. solo dopo aver svolto funzioni giudicanti per un quadriennio, come previsto in passato. Sono riforme delle funzioni che meriterebbero forse maggiore attenzione dalla politica, con investimenti mirati, ma che garantirebbero certo risultati maggiori e più in linea con i principi costituzionali in materia. E’ auspicabile che senza l’ideologia che spesso danneggia il dialogo istituzionale, governo, magistratura e avvocatura si possano finalmente confrontare sui problemi reali e avviare una positiva interlocuzione sui punti più critici, come auspicato dall’Anm e dai suoi più autorevoli rappresentanti. Sarebbe un errore imperdonabile pensare che il No abbia voluto dire che il sistema-giustizia va bene così com’è: non lo meriterebbero né i 15 milioni di No, né i 12 milioni di Sì. Roberto Oliveri del Castillo Consigliere della Corte di Appello di Bari

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