Il Foglio
Il governo del Pakistan ha confermato che sono in corso negoziati “a livello tecnico” con i talebani, dopo la guerra su larga scala contro l’Afghanistan iniziata a fine febbraio – pochi giorni prima dei primi bombardamenti americani e israeliani su Teheran. A mediare tra le due parti c’è la Repubblica popolare cinese, ma l’aspetto ancora più interessante è che Pechino abbia voluto tenere i colloqui a Urumqi, nello Xinjiang, cioè la regione più sensibile della Cina. Non è una scelta casuale. La leadership di Pechino sta cercando di proporsi come mediatore in un conflitto che si combatte lungo i suoi confini, e allo stesso tempo di mandare un segnale politico: la stabilità dell’Asia centrale passa da lì, dalla regione a maggioranza musulmana più volte riconosciuta come luogo dove la macchina della repressione delle minoranze cinese funziona di più, con la scusa del “rischio terrorismo”. Ieri Mao Ning, portavoce del ministero degli Esteri cinese, ha detto che “le tre parti hanno raggiunto un consenso su una specifica modalità operativa, compresa la copertura mediatica”. Non tutti credono agli sforzi cinesi: l’ultima volta che Pechino ha mediato il riavvicinamento fra due paesi, cioè quello fra Arabia Saudita e Iran, la Cina non è riuscita a garantire il progresso e l’implementazione delle relazioni, un fallimento dimostrato ora che Teheran bombarda Riad – che è tra l’altro alleata strategica di Islamabad. Ed è proprio nella guerra in Iran che si gioca il suo secondo ruolo il Pakistan. Mentre combatte la sua guerra contro l’Afghanistan, il governo pachistano di Shehbaz Sharif si propone come mediatore anche sull’altro fronte, quello tra Stati Uniti e Iran. Una mossa che Pechino osserva e in parte sostiene, provando a coordinarsi con Islamabad anche nel medio oriente, dove rilancia i soliti “cinque punti per la pace”. Il risultato è un intreccio di crisi e opportunità, rischioso e fragile.
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