Il Foglio
Mentre gli studenti ci accoltellano, noi insegnanti discutiamo sull’opportunità che le nuove linee guida ministeriali per i licei aggiornino i programmi di italiano, geografia, storia e filosofia . Il dibattito tende però a non tenere conto del fatto che non si tratta di decisioni politiche imposte dall’alto, bensì di indicazioni emerse da commissioni di eccellenti specialisti, del calibro di Claudio Giunta o Massimo Mugnai . Si tratta inoltre di ipotesi riportate per ora solo dal Corriere della Sera , senza comunicazioni ufficiali. La conferma di questi sussurri comporterebbe il ringiovanimento dell’italiano, il ripristino della geografia, l’occidentalizzazione della storia e la tematizzazione della filosofia. Il ringiovanimento dell’italiano passa per l’inclusione in antologie e storiografia di forme letterarie come la graphic novel o i copioni . Non è nulla di sconcertante. Già da decenni alcuni manuali contenevano testi del cantautorato, nell’ottica non tanto di accattivare gli studenti con mode giovanilistiche bensì di concepire la lingua come strumento vivo : la sua espressione letteraria passa attraverso oggetti culturali che, imponendosi all’uso comune, determinano l’immaginario di chi produce romanzi, poesie, teatro. E’ un modo di insegnare che la letteratura non è separata dalla vita e che il miglior modo di scrivere non è un solenne impugnare la piuma d’oca, ma verbalizzare la contiguità fra ciò che si legge e ciò che si prova. Più complesso il discorso per geografia e storia , che nei bienni sono state fuse in un’unica materia denominata geostoria e priva di statuto epistemologico. Ciò aveva comportato di fatto l’abolizione della geografia, i cui fenomeni, anziché venire spiegati alla luce degli eventi storici, vennero trascurati in favore dell’insegnamento di questi ultimi – a loro volta danneggiati poiché, senza sostrato geografico, sembravano verificarsi in luoghi immaginari. Il ministero sembra orientato a mantenere il monte ore dell’ex geostoria ripristinando due manuali distinti , compromesso che almeno rispetta le differenze fra due saperi. Le polemiche contro la presunta preminenza dell’occidente nell’insegnamento della storia lasciano presumere che il ministero voglia imporre libro e moschetto a una platea di studenti ormai adusi a studiare i boscimani. In realtà, per decenni, la scelta di imperniare sull’occidente lo studio della materia ha avuto ragioni non dico di sinistra ma, quanto meno, pacifiste e comunitarie. Il baricentro della storia, dal Medioevo in poi, veniva individuato nel confine franco-tedesco , questione millenaria il cui appianamento fu il perno del secondo dopoguerra e della nascita della Comunità europea. Formare cittadini consapevoli significa anche concentrarsi su questo filone e sugli eventi “occidentali” di contorno, il cui retaggio informa la nostra interazione sociale e politica. Se i liceali vanno a votare a diciott’anni, è merito della nostra pur perfettibile cultura, non della dinastia Ming. Infine, la filosofia. Nell’ottimo Come non insegnare la filosofia ( Raffaello Cortina ) Mugnai ricorda come, ai tempi della riforma Gentile , il programma del triennio non prevedesse manuali, ma la lettura di quattro classici attraverso cui condurre un’esplorazione tematica e cronologica. Sarebbe ancora il metodo migliore, reso purtroppo irrealizzabile dalla mancata abitudine di molti studenti a leggere libri interi e dalla difficoltà di alcuni docenti nell’analizzare criticamente testi complessi. Meglio allora il piano B, l’attuale storia della filosofia, cercando di non limitarsi alla marcetta dei filosofi e di tentare di rintracciare le complesse connessioni testuali che legano i pensatori successivi ai precedenti. Attualizzare la filosofia disponendola per temi il più possibile vicini agli interessi degli alunni comporta il rischio di ridurla a opinionismo, un’assemblea di classe permanente in cui una teoria di Hobbes vale quanto quella del compagno di banco. Un rischio più generico lambisce inoltre tutte le materie umanistiche: la smania di riverniciare l’insegnamento a ogni costo . Italiano, geografia, storia e filosofia sono discipline interpretative, e l’unica attualizzazione di cui hanno bisogno sta nella specializzazione di chi le insegna: il laureato in cinema presterà più attenzione ai copioni, quello in geografia economica ai flussi di denaro, quello in medievistica alla lotta per le investiture, quello in epistemologia a Galileo anziché a Sartre. Gli studenti si accorgeranno così che sono materie dinamiche, vive, e capiranno di poter orientarsi a seconda dei propri interessi e non di dover ripetere a pappagallo. Attualizzare le materie umanistiche rendendole un commentario live delle notizie dal mondo è il miglior modo di ottenere l’effetto-tapparella, un’innovazione che all’improvviso sembra vecchissima: la guerra in Iran prima o poi passa di moda, invece una monade è per sempre.
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