Il Foglio
Ieri il Consiglio dei ministri ha approvato la proroga del taglio delle accise sui carburanti fino al 1 maggio . Ai 400 milioni già stanziati se ne aggiungono altri 500, che arrivano in parte (200 milioni) dall’extragettito Iva accumulato in queste settimane, in parte dalle aste per le quote di emissione riciclando risorse “che non erano state ancora utilizzate”. Dal punto di vista del ministro Giancarlo Giorgetti, lo sgravio sui carburanti rischia di trasformarsi in un incubo: una volta introdotto sarà difficilissimo da togliere, quanto meno finché i prezzi non torneranno a livelli “normali” con l’auspicabile, ma improbabile nel breve termine, ripresa dei traffici attraverso lo stretto di Hormuz. Proprio mentre lotta disperatamente per chiudere la procedura d’infrazione per deficit eccessivo – messa a repentaglio da uno 0,1 per cento di pil nel 2025 – il ministro dell’Economia deve fronteggiare un’emorragia di risorse potenzialmente enorme: nel 2022, un taglio simile voluto da Mario Draghi lasciò un conto da oltre 9 miliardi di euro. La prima tranche prevista dal governo, in scadenza il 7 aprile, aveva trovato copertura nel taglio del budget dei ministeri. La seconda utilizza le quote Ets, sottraendole ad altri impieghi e potenzialmente in violazione delle norme europee che impongono di destinarle a spese legate al clima (tra cui potrebbe rientrare la riduzione della bolletta elettrica). Al prossimo giro, sarà difficile evitare di accendere nuovo debito, anche perché cominceranno a vedersi gli impatti recessivi della terza guerra del Golfo. Oltre all’aspetto contabile, c’è un problema relativo agli effetti del provvedimento. A Bruxelles, il commissario europeo all’Energia, Dan Jørgensen , esorta gli stati membri a mettere in atto “misure di riduzione della domanda” e addirittura, come riferisce Quotidiano Energia, non esclude il razionamento di diesel e jet fuel. Roma, al contrario, di fatto incentiva il consumo di carburanti, sterilizzando parte dei rincari. L’incentivo al consumo è duplice: da un lato, per effetto del minor prezzo le persone guideranno di più di quanto farebbero altrimenti; dall’altro, la consapevolezza della breve durata degli sconti può indurre ad aumentare il fabbisogno nell’immediato, per riempire i serbatoi finché costa meno, acuendo la scarsità di prodotti petroliferi proprio quando la situazione è più delicata. Questo è vero su due differenti livelli: sia per gli automobilisti, che si affretteranno a fare il pieno sotto scadenza (salvo proroghe), sia per i grossisti, che vorranno riempire i depositi con carburanti ad accisa ridotta. Infatti, il versamento spetta ai raffinatori e agli importatori, ma finché il prodotto rimane all’interno di un deposito fiscale l’imposta è “sospesa”: viene prelevata quando il carburante si sposta verso i depositi commerciali e, infine, verso le stazioni di rifornimento. Questo, peraltro, potrebbe avere anche un impatto sul costo effettivo della misura, determinando una sottostima degli impatti (che vengono valutati “a bocce ferme”, cioè sulla base del consumo storico, applicando solo un coefficiente per tenere conto dell’elasticità dei consumi a breve termine). Perfino l’efficacia del provvedimento è dubbia: vista la confusione sui prezzi attuali e futuri, non è affatto ovvio che lo sgravio venga interamente trasferito ai consumatori finali. Comunque, vedere un effetto pieno può richiedere qualche giorno o persino settimane (da qui le polemiche all’indomani del decreto dello scorso 18 marzo, quando non tutti i distributori sembravano aver traslato del tutto lo sgravio, a dispetto dell’apparato sovietico di controlli affidato a Mister Prezzi). Come ha scritto Leonzio Rizzo su lavoce.info, “La strategia del nostro governo – prima un taglio di venti giorni e ora un prolungamento di un mese o peggio ancora dalle ultime notizie solo fino a fine aprile – crea molta incertezza e non dà probabilmente il tempo di programmare una ragionata variazione dei prezzi”. Sotto questo profilo, sarebbe stato meglio prevedere fin da subito una durata maggiore dello sconto. Ma sarebbe stato ancora meglio evitare una misura generalizzata che, a fronte di un costo significativo per l’erario, determina un modesto beneficio (stimabile nell’ordine dei 15-20 euro al mese per automobilista). Come minimo, il governo dovrebbe distinguere tra la situazione del gasolio, più critica, e quella meno grave della benzina: oggi quest’ultima si trova a livelli pari o inferiori al periodo pre-crisi. Sarebbe opportuno, allora, applicare alla benzina (su cui oggi c’è meno pressione) uno sgravio ridotto o addirittura lasciare l’accisa al suo valore ordinario: ciò consentirebbe di risparmiare circa un quarto delle risorse stanziate (quindi, da qui a fine mese, attorno a 125 milioni di euro), mantenendo un prezioso cuscinetto in vista di una crisi che potrebbe durare a lungo.
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