Il Foglio
Come sta cambiando la povertà in Italia? Aumenta o diminuisce? La domanda è facile, la risposta mica tanto: negli ultimi dieci anni abbiamo risultati molto diversi a seconda dell’indicatore scelto. L’Istat misura infatti la quota di persone povere secondo due criteri: in base alla spesa oppure al reddito delle famiglie. Tutti i paesi europei calcolano la povertà sulla base del reddito disponibile, mentre l’Italia è il solo che – in aggiunta all’indicatore standard sul reddito – costruisce una misura di povertà che dipende dalla spesa, ed è proprio questa misura che nel dibattito pubblico è diventata l’indicatore di gran lunga più usato. Il metodo di calcolo italiano della povertà in base a un basso valore della spesa ha un importante pregio: tiene conto della differenza nel costo della vita tra le macro-aree del paese e tra piccoli e grandi centri, per cui la soglia di povertà è più alta nel Centro nord rispetto al Sud. Una soglia unica nazionale invece sovrastima la povertà nel Sud e la ridimensiona nel resto del paese. Ma altri aspetti meritano attenzione. Nei paesi poveri, ad esempio, il reddito è così basso da coincidere spesso con la spesa, quindi non c’è differenza tra le due misure, ma nei paesi ricchi le soglie di povertà sono alte, e non è escluso che le famiglie a reddito basso decidano di risparmiare anche molto, per prudenza o in vista di spese future. Ci possono poi essere famiglie “house rich, cash poor”, che risultano non povere perché il loro consumo è composto anche dal consumo imputato dei servizi della casa in proprietà, ma la casa è poco liquida, cioè non è facile compensare con essa la mancanza di reddito. Il problema riguarda soprattutto gli anziani, perché la probabilità di possedere l’abitazione cresce con l’età. Ancora, l’acquisto occasionale di un bene durevole può far uscire dalla soglia di povertà, ma è un fatto solo temporaneo. C’è poi un problema di qualità dei dati: ognuno ha un’idea precisa del suo reddito disponibile mensile, che può essere anche verificato con informazioni amministrative, ma per conoscere la spesa mensile si chiede alle famiglie di tenere un diario in cui annotare tutti gli acquisti. E’ più probabile che questo diario sia compilato con cura da un anziano con tempo libero piuttosto che da una madre con tanti impegni lavorativi e familiari. La povertà, sia di consumo che di reddito, può poi essere assoluta o relativa. La misura principe in Italia è la povertà assoluta di consumo, dove la soglia viene aggiornata ogni anno solo in base all’inflazione, mentre nel criterio relativo la soglia cambia di anno in anno in base ai cambiamenti nel reddito o nel consumo medio. Tante possibilità quindi, ma il risultato non cambia: negli ultimi dieci anni l’incidenza della povertà di consumo, sia assoluta che relativa, aumenta, mentre quella di reddito, assoluta e relativa, diminuisce. La povertà assoluta di consumo è salita dal 6,9 per cento nel 2014 al 9,8 per cento nel 2024, mentre quella assoluta di reddito (calcolata con una soglia molto più alta) è scesa dal 25,6 al 18,1 per cento. Tra l’altro, il dato sulla povertà assoluta di reddito non lo conosce quasi nessuno e bisogna andarlo a scavare nel sito Eurostat. La povertà relativa di consumo è aumentata dal 12,8 per cento nel 2014 al 14,9 per cento nel 2024, quella relativa di reddito è scesa dal 19,9 al 18,6 per cento. Certo, è ragionevole che le misure producano stime diverse, sia nei livelli che negli andamenti, ma colpisce che i risultati siano così diversi. Negli ultimi dieci anni il pil pro-capite italiano reale è cresciuto di circa l’1 per cento all’anno. L’indice di povertà calcolato sul reddito delle famiglie è quindi, come atteso visto che sempre di reddito si parla, più coerente con quello che è successo all’economia italiana, perché dice che la povertà è diminuita quando il reddito nazionale è cresciuto, pur con alti e bassi. Si può obiettare che la povertà assoluta di consumo è aumentata perché la crescita del pil non ha raggiunto chi sta peggio, ma la povertà assoluta di reddito è diminuita, quindi la differenza pare proprio nella scelta tra reddito e consumo. Centrare il dibattito sulla povertà su una misura come la povertà di consumo può dunque offrire un’immagine diversa rispetto a quella che emerge dalla povertà di reddito. C’è poi un altro aspetto: si potrebbe concludere che, se la povertà non scende quando il pil sale, allora per ridurla serve altro, come maggiori politiche di redistribuzione: più imposte e più trasferimenti. A parte che negli ultimi dieci anni il sistema di tax-benefit è diventato più redistributivo, sarebbe un peccato mettere in secondo piano l’importanza della crescita economica anche come via per ridurre la povertà, soprattutto in un paese come l’Italia che ha un grande bisogno di crescere. Massimo Baldini, Professore di Politica economica, Università di Modena e Reggio Emilia
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