Il Foglio
Min Aung Hlaing ha guidato la giunta militare birmana dal 2011, in questi anni è stato responsabile della persecuzione contro la minoranza musulmana dei rohingya, poi il primo febbraio 2021 ha rovesciato il governo democraticamente eletto con un colpo di stato, ergendosi a leader di un regime militare. In questi cinque anni ha blindato i confini del Myanmar, in balìa della guerra civile, ha risposto alla dissidenza della popolazione e all’opposizione dei gruppi etnici e del braccio armato del partito pro democrazia – che controllano ampie zone del paese – con la repressione: attacchi aerei, arresti arbitrari e torture di civili e membri della resistenza. Dopo il colpo di stato aveva assicurato che la dittatura militare avrebbe fatto parte di una fase transitoria, massimo un anno, poi si sarebbero tenute le elezioni, il governo sarebbe tornato “civile” . Di anni ne sono passati cinque, in cui di civile i birmani hanno visto solo la guerra, ma Min Aung Hlaing, isolato dalle sanzioni internazionali e ora con la guerra in medio oriente anche senza carburante, è in cerca di legittimità. A dicembre ha tenuto le elezioni escludendo qualsiasi partito di opposizione, assicurandosi una vittoria “schiacciante” della cerchia di militari e dei partiti sostenuti dai militari, e così la scorsa settimana ha potuto dimettersi da capo della giunta per essere eletto dal Parlamento presidente. Con la presidenza Min Aung Hlaing vuole dissociare formalmente la sua figura dalle questioni militari, secondo la stessa Costituzione birmana – redatta dai militari – il capo delle Forze armate è autonomo e non ha alcun controllo civile, ma nei fatti non ha nessuna intenzione di lasciare la presa sul controllo della giunta. Per questo ha affidato il compito a un fedelissimo, già soprannominato “il burattino fedele”, l’ex capo dei servizi segreti Ye Win Oo, che impunito continuerà a tenere la linea della repressione con il sostegno fondamentale di Russia e Cina. Ieri Pechino non ha esitato a congratularsi con il “nuovo presidente” e a ribadire il suo sostegno al “nuovo governo” .
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