Il Foglio
Un’archeologa spaziale. Così si potrebbe definire Emma Chapman , astrofisica britannica e ricercatrice della Royal Society, che da anni è impegnata nello studio della cosiddetta “èra oscura”, quel lungo periodo nella storia dell’universo di cui si sa poco o nulla, il momento della nascita delle prime stelle , la prima luce come recita il titolo del suo libro pubblicato da Adelphi ( La prima luce. L’accensione delle stelle all’alba del tempo, traduzione di Marco Casareto ). Nel momento successivo al Big Bang, spiega Chapman, l’Universo si era raffreddato, si formarono gli atomi, ma le stelle e le galassie non si erano ancora accese: il cielo sarebbe apparso totalmente buio fino all’alba cosmica, la nascita delle stelle, il momento in cui l’Universo ha assunto la forma che conosciamo. Il saggio di Chapman non lesina questioni tecniche (la contrazione gravitazionale, il modo in cui si alimentano le stelle, il grande evento ossidativo che ha reso la terra abitabile o l’epoca della reionizzazione, il processo chimico con cui si formarono stelle e galassie), esperimenti che spingono al limite la comprensione umana o descrizione di strumenti di ricerca che assomigliano a strani oggetti fantascientifici (come i radiotelescopi che consentono agli astronomi di tornare indietro nel tempo), ma nello stesso tempo si presta alla lettura anche per chi non è solitamente avvezzo a questi temi perché arriva a stuzzicare la curiosità verso ciò che non conosciamo, un tempo così antico da divenire inconcepibile e affascinante e che si ricollega alle domande imperiture dell’umanità. Dal tempo degli Antichi egizi, dei canti omerici o delle pagine dell’Antico Testamento le stelle hanno sempre generato un’attrazione irresistibile: visibili eppure così lontane, guida nelle notti buie e segni di speranza nella perdizione, la fantasia ha costruito su di esse un immaginario che unisce gli uomini di ogni tempo, come ha mostrato lo storico dell’arte Fritz Saxl in La fede negli astri dove la cosmologia tesse un filo che avvicina gli antichi popoli di Babilonia agli artisti del Rinascimento. Chapman non è insensibile al fascino totalizzante di un argomento che oltrepassa i confini delle discipline tanto che per spiegare un concetto fondamentale, il modo in cui si possono studiare queste stelle non avendo più a disposizione la loro immagine, ricorre allo studio archeologico proprio dell’egittologia, sottolineando come si tratti di un simile processo di ricomposizione di frammenti: se gli egittologi recuperano pezzi di sarcofago, briciole di mummia o vasi canopi, Chapman compie una ricerca simile perché da qualche parte nell’universo potrebbero esserci ancora frammenti risalenti a 13 miliardi di anni fa che attendono di essere scoperti. Da questo punto di vista la storia delle stelle di Chapman sottolinea un aspetto talvolta ignorato: il passaggio da queste prime stelle al Sole è anche il racconto della formazione di ogni cosa per come la conosciamo e la comparsa degli elementi di cui tutto è composto è anche la nostra storia. Pure noi proveniamo da quelle prime e lontanissime esplosioni e la materia che compone le stelle è la stessa di cui siamo fatti noi. In uno dei romanzi più belli di Don DeLillo , " La stella di Ratner " , è proprio l’esistenza di mondi lontani e sconosciuti nell’universo a scatenare gesti irrazionali che costeggiano la follia, in un racconto che conferma come la scienza, vissuta come spazio asettico, non conduca da nessuna parte. Ma se la ricerca più meticolosa si mescola con la curiosità e un certo gusto del racconto, come capita nel libro di Chapman, forse si potrà non solo imparare qualcosa di nuovo, ma anche cambiare la nostra prospettiva su ciò che ci circonda. “L’ordine donde il cosmo traeva nome è sciolto” come scriveva Primo Levi, ma non tutto è perduto.
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