Il Foglio
Sull’eliminazione dell’Italia dal terzo Mondiale di fila sono intervenuti in tanti, forse in troppi. Ma un po’ tutti hanno sottolineato la necessità di far giocare più italiani nel nostro campionato. Ha detto la sua anche il presidente del Senato Ignazio La Russa: “Servono profondi cambiamenti: ogni squadra deve schierare almeno quattro italiani per tutti i minuti della partita”. Un’idea che si scontra con un perimetro giuridico preciso. Il ministro per lo Sport Andrea Abodi prova a ricondurla entro confini praticabili: “Più che una norma, deve essere una regola condivisa dal sistema calcistico”. Nel calcio, rispetto al tetto rigido agli stranieri nato dopo la debacle contro la Corea nel 1966 (zero fino al 1980, poi saliti fino a 3 nel 1988), oggi c’è solo una limitazione al tesseramento degli extracomunitari, mentre sia Figc che Uefa prevedono liste (non obbligatorie) in cui far confluire calciatori cresciuti in Italia o nel proprio settore giovanile. Negli altri sport italiani i paletti sono decisamente più espliciti, seppur senza far riferimento alla nazionalità tout court. Nel basket si parla di un minimo di 5 atleti di “formazione italiana” tra i 12 a referto, con incentivi economici previsti: non necessariamente italiani, come Quinn Ellis, play inglese dell’Olimpia cresciuto in Italia e quindi considerato di formazione nostrana pur giocando con la Nazionale britannica. Nella pallavolo il controllo passa soprattutto dai tetti agli stranieri e da vincoli di utilizzo flessibili, che garantiscono spazio agli italiani senza irrigidire le rotazioni, ma sempre parlando di cittadinanza sportiva italiana. Nel rugby, invece, il criterio è quello dell’eleggibilità per la Nazionale: contano i giocatori selezionabili più che il passaporto, con quote minime inserite nelle liste gara. Esempi a cui ci si può ispirare.
Go to News Site