Il Foglio
In prossimità dei giorni di Pasqua risuonano, in più parti d’Italia, le note degli Stabat Mater che la storia della musica ha fatto giungere a noi: un patrimonio scaturito, nel corso dei secoli, dal celebre testo attribuito a Jacopone da Todi che in queste opere restituisce, secondo la sensibilità musicale delle diverse epoche, i tratti della narrazione evangelica connessa al Venerdì santo. Così questa sera e domani, alla Fenice di Venezia, Michael Hofstetter dirige lo Stabat Mater di Pergolesi , mentre ieri sera al Teatro Ristori di Verona i Virtuosi Italiani hanno proposto la medesima pagina affiancandola all’omonima partitura di Vivaldi , su cui si incentra anche il programma che stasera, a Torino, l’Orchestra sinfonica nazionale della Rai diretta da Giuseppe Mengoli offre al pubblico (in diretta anche su Rai Radio 3): per lungo tempo rimasta nell’oblio, questa preziosa pagina del 1712 emerse nella riscoperta dell’opera di Vivaldi che si ebbe solo alle soglie degli anni 40 del Novecento. L’intensità espressiva racchiusa in questa partitura invita l’ascoltatore a un atteggiamento di contemplazione che sembra attenersi al suggerimento che Santa Teresa d’Avila rivolse alle sue figlie spirituali: “Non vi chiedo di applicare la mente a profonde e sublimi considerazioni. Vi chiedo solo che lo guardiate” . E’ forse unicamente questo il compito che – attraverso la spoglia essenzialità del canto monodico, la claritas della polifonia, la teatralità barocca o i linguaggi musicali a noi più prossimi – spetta alla musica sacra. Il primo a collocare autorevolmente i versi di Jacopone nell’alveo della tradizione polifonica fu il fiammingo Josquin Desprez , con una pagina che pare voler dare voce agli affreschi dedicati alla passione realizzati dal Beato Angelico – se un canto potesse scaturire da questi capolavori pittorici sarebbe non dissimile da quello fissato in questi pentagrammi – così come al sorprendente scorcio prospettico nel coevo Compianto del Mantegna . Circa un secolo dopo fu Palestrina, princeps della polifonia rinascimentale , a lasciarci uno Stabat Mater che coniuga in modo mirabile intensità e compostezza e trova corrispondenze negli straordinari Responsori dello spagnolo Tomás Luis De Victoria . Tra le composizioni sul testo in questione il posto di maggior rilievo viene assegnato al lavoro di Giovanni Battista Pergolesi che, nel 1735, all’estremo limitare della sua esistenza si immerse nell’opera nonostante le premure degli amici che, trovandolo debole e affaticato, lo invitavano ad abbandonare il troppo gravoso impegno (e giunsero, nel tentativo di convincerlo, a offrirgli la cospicua somma di dieci ducati, sentendosi rispondere che la sua opera “non poteva valere che dieci baiocchi”). Nell’alternarsi di malinconiche dolcezze e vertiginosi abbandoni la pittura musicale di Pergolesi raggiunge un’insolita drammaticità espressiva (criticata da quel Padre Martini che a Bologna avrebbe accolto il giovane Mozart ) nell’intento di condurre l’ascoltatore nell’hic et nunc di una scena che sembra eludere ogni distanza storica. Un linguaggio assai distante da quello, pur di poco precedente, dello Stabat Mater di Domenico Scarlatti (1715-19) o dall’omonima pagina – questa, sì, elogiata dal Martini per il rigoroso rispetto del contrappunto accademico – del meno celebre Antonio Maria Bononcini (1711). Al 1767 va datata la composizione che Joseph Haydn concepì nella significativa tonalità di Sol minore, scelta inusuale in una produzione così raramente attraversata da penombre espressive o accenti inquieti: a quest’opera avrebbe rivolto l’attenzione anche il nostro Gioachino Rossini quando, negli anni 30 dell’Ottocento, mise mano a uno Stabat Mater destinato, dopo una lunga genesi, a riscuotere enorme successo. Tra le innumerevoli restituzioni del testo medievale spiccano, nella seconda metà del secolo, il monumentale affresco musicale del boemo Antonín Dvorák e, nel Novecento, l’opera del polacco Krzysztof Penderecki (1962). Espressività apparentemente agli antipodi, come sguardi da diverse parti convergenti verso la medesima scena: una delle espressioni a noi più prossime ha preso forma nello Stabat Mater del contemporaneo Arvo Pärt , compositore che, dopo un’iniziale adesione alle avanguardie, alle soglie degli anni 70 giunse, in un sofferto percorso artistico, a un linguaggio orientato alla strenua ricerca di ciò che è essenziale: “ Il molto e il molteplice mi disturbano soltanto; io devo cercare l’uno. Che cos’è questo uno, e come posso trovare la strada che mi conduce ad esso? ”.
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