Il Foglio
Notte. In realtà fuori è giorno, ma gli scuri sono serrati. La camera è buia, e silenzioso il cortile. Non dormo e non sono sveglia. Sdraiata sul letto mi passano davanti agli occhi dei file, come spezzoni di film. Un lontano interminabile viaggio in auto dalla Puglia a Milano, con un cucciolo randagio in braccio. Agli autogrill si rifiutava di scendere: paura d’ essere abbandonato. Neanche un caffè quindi, da Foggia a Milano. Ma che felicità infantile avevo addosso – come avessi perso qualcosa, e lo avessi ritrovato. (Mi disse poi Eugenio Borgna: “Con quel cucciolo lei ha raccattato una parte di sé, abbandonata”). Ho spento il cellulare. I gatti attorno mi vegliano, immobili. File, ancora, nel buio. La prima estate con quel cucciolo rosso, una gran coda da volpe: Rommel, la volpe del deserto . In Val Gardena con i bambini – felicità che riconosco solo ora – sui sentieri ci chiedevano che cane era, quello. Un meticcio, dissi la prima volta. Un bastardo, la seconda. La terza, un bastardo purissimo. La quarta spiegai trattarsi di un Parvolupus Wurmianus, specie rara della Lapponia. I gitanti la bevevano, ammirati. Ma, le facce dei bambini, che faticavano a non scoppiare a ridere. E la volta che in un rifugio lo chiamai ad alta voce, “Rommel!”, e tutti i tedeschi ai tavoli sussultarono? File. Come correva al parco, in tondo, pazzo di gioia, in tondo come un cane da pastore al gregge che non aveva visto mai. E come, nella casa della nonna appena morta, perlustrava ogni stanza, stupito: la nonna, dov’era? E quella notte che stavo tanto male, lui accanto, gli occhi spalancati, fino all’alba a vegliarmi. Nel buio i file si affollano, prepotenti. Rommel che al mare abbaiava imperioso alle onde: state buone! O che fissava stupefatto il nipote neonato: non è un cane, né un gatto, né un uomo, così piccolo. Che animale è? Rommel, per diciotto anni accanto come un’ombra. Rommel è morto. Mi dicono: vabbè, era un cane. Non sanno, non capiscono. E quanto lo piangi, ora, come una bambina.
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